Il nucleare iraniano

La vicenda del nucleare iraniano è una delle più palesi dimostrazioni dell’inesistenza di un diritto internazionale e dell’arroganza senza limiti dell’impero. Il  programma nucleare di Teheran nacque con lo Scià che prese accordi per la costruzione di una centrale a Bushehr con il beneplacito degli Usa e servendosi di tecnologia francese e soprattutto tedesca, visto che la costruzione fu affidata ad Aeg e Siemens. Con la rivoluzione komeinista e la successiva aggressione dell’ Irak, voluta e pagata dagli Usa (allora Saddam era trattato da eroe), la costruzione fu interrotta, lo stesso reattore ancora inattivo danneggiato da incursioni e i lavori ripresero solo 1995, grazie a un accordo con la Russia che avrebbe terminato l’impianto a patto che l’Iran si impegnasse  a restituire il combustibile esausto alla Russia per fugare i dubbi sul suo utilizzo nella costruzione di armi atomiche.

Ma tutto questo non stava affatto bene agli Usa ed ecco che nell’agosto del 2002 il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana fa una conferenza stampa a Washington e annuncia che il governo di Teheran sta costruendo un impianto segreto per l’arricchimento dell’ uranio a fini bellici. Guarda caso la  sede del consiglio era stata  chiusa qualche mese prima per sospetti legami con un gruppo considerato terrorista a causa della sua vicinanza con il deposto Saddam. Miracolosamente però dopo cinque settimane dalle rilevazioni sulla possibile bomba iraniana, l’Fbi tolse il Consiglio dalla lista nera. Ho bisogno di aggiungere che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica non ha trovato tracce di impianti segreti?

Tuttavia assieme alle prime sanzioni  imposte sul nulla gli Usa offrirono all’Iran di sostituirsi a tutti gli altri attori, Russia, Germania, Francia,  per la costruzione di un reattore ad acqua leggera e dei relativi impianti di arricchimento. Solo che Teheran trovando illegittime le sanzioni proprio in base al Trattato di non proliferazione nucleare disse che avrebbe abbandonato tale trattato visto che non era stato rispettato e che avrebbe badato in proprio all’arricchimento dell’uranio fino al 4% per alimentare la propria centrale. Una reazione più che naturale, ma che diede il destro agli occidentali di  montare il caso della bomba iraniana e mettere in piedi anche la minaccia di invasione e di bombardamento. Solo con grande fatica e soprattutto per merito della Russia e della Germania si è arrivati a un accordo che tuttavia gli Stati Uniti hanno stracciato per vendetta contro la presenza in Siria di mezzi e truppe iraniane. Si può mai essere alleati con questi?

Trump riesce a far ribellare pure la servitù

Autore: redattorecapo

associazione culturale Araba Fenice fondata a Bondeno (FE)

1 commento su “Il nucleare iraniano”

  1. Oltre alla ragnatela del dollaro, Washington ha anche un altro strumento micidiale per fare pressione sui gruppi industriali europei: l’accusa di esportare componenti ritenuti strategici dagli Stati Uniti. C’è tutta una lista di componenti che non possono essere esportati in paesi ritenuti ostili, una lista che può essere allungata a piacimento. Non parliamo solo di componenti militari o paramilitari, l’alta tecnologia di ogni settore industriale ha fatto sì che praticamente qualsiasi multinazionale che operi in settori che vanno dall’edilizia al biomedicale, dal settore energetico a quello aereonautico o dalle telecomunicazioni al settore automobilistico fa ricorso a brevetti, componenti, software e hardware avanzati che sono o possono essere classificati come strategici, e quindi sottoposti a blocco delle esportazioni. A quel punto, le aziende dovrebbero fare una scelta obbligata: stare nel mercato statunitense (e globale) o stare nel mercato iraniano?

    Ecco quindi perché le dichiarazioni dell’Unione europea per difendere il JCPOA non spaventano e non rassicurano nessuno. Il punto più alto del bluff è stato raggiunto quando Juncker ha annunciato l’attuazione dello statuto di blocco, un regolamento del 1996 che vieta alle compagnie e ai tribunali dell’Ue di rispettare le leggi sulle sanzioni straniere e stabilisce che nessuna sentenza straniera basata su tali leggi abbia alcun effetto nell’Unione. Spiegato più semplicemente, lo statuto di blocco non serve a proteggere le aziende che violano le sanzioni ma a punire quelle che le rispettano: una cura peggiore della malattia, una scelta tra la peste e il colera, che ovviamente non ha funzionato.

    La francese Total infatti ha comunicato immediatamente la fine dell’attività estrattiva nel giacimento iraniano South Pars, seguita dalla danese Maersk, il primo shipping container petrolifero del mondo. La lista delle multinazionali che diranno addio all’Iran sarà lunga; c’è la francese Airbus, la PSA la Renault, la Siemens, la Bayer, l’Eni, FCA e tante altre aziende, molte italiane. Il problema però è che alla base di questa apertura europea nei confronti della repubblica islamica c’è solo una logica affaristica, non politica, e quando si tratta di comprare gente disposta a vendersi per affari gli americani non si fanno superare da nessuno.

    Anche dotarsi di strumenti legali per provare a salvare la forma dell’accordo è inutile, all’Iran non interessano le chiacchiere e le scartoffie, la repubblica islamica ha bisogno di fare accordi commerciali, di investimenti, di una copiosa liquidità e della possibilità di usarla livello internazionale. L’America però ha scelto di stritolare l’Iran e i Paesi della Ue non possono farci niente, perché non sono niente, sono solo i leader deboli e viziati di un protettorato americano, personaggi da operetta alla guida di Paesi che vanno bene per fare le comparse ma non saranno mai più protagonisti della storia.

    Federico Bosco
    https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-iran_total_e_tutte_le_debolezze_geopolitiche_dellunione_europea

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