L’era dei diritti è finita

In Europa, per scelta deliberata dei governi nazionali, la cessione di sovranità nazionale è pressoché completa: dalla moneta alla politica economica, dalla politica industriale alla legislazione sociale.

In questa operazione, Mario Monti, mallevadore Giorgio Napolitano, ha svolto un ruolo fondamentale.
Monti ha inaugurato la fase più delicata del trapasso verso un governo a gestione condivisa, bipartisan, a sottolineare la perfetta intercambiabilità fra governi di centrodestra e di centrosinistra, ormai accomunati dal comune approdo al liberismo.

Il combinato disposto: costituzionalizzazione del pareggio di bilancio (che ha mandato al macero l’articolo 3 della Carta e messo fuori legge il keynesismo) e fiscal compact hanno trasformato l’assetto politico ed economico-sociale del paese.
Disposizioni cogenti (Two pack e Six pack) hanno sancito regole severissime di monitoraggio delle politiche nazionali di bilancio e stabilito sanzioni automatiche per i paesi che ne violano l’applicazione.

Le conseguenze sociali sono molto chiare.
Nel mirino entrano la previdenza (pensioni), la sanità, l’istruzione e il lavoro (salari, contrattazione collettiva, mercato del lavoro, statuto dei lavoratori e, in particolare, l’articolo 18), nell’esplicito intendimento di indebolire il potere di coalizione dei lavoratori.

Una così pesante manomissione, per potersi realizzare, ha infatti bisogno di annichilire ogni capacità di difesa e di replica dei lavoratori organizzati.

Monti spiegherà che l’articolo 18 rappresenta una remora per gli investimenti esteri. Peccato che dopo la sua sostanziale abolizione (con la sostituzione del reintegro con la tutela risarcitoria) la disoccupazione (giovanile e non) ha tranquillamente galoppato e gli investimenti (esteri e non) sono crollati ai minimi storici.

L’abolizione delle pensioni di anzianità;
l’aumento dell’età pensionabile;
la modifica (in pejus) del tasso di sostituzione (vale a dire, il meccanismo di rivalutazione del montante su cui si calcola l’importo della pensione);
il passaggio dal regime retributivo a quello contributivo (a capitalizzazione);
la decontribuzione/sottocontribuzione di tante delle tipologie di un mercato del lavoro ridotto ad un discount delle braccia;
la conferma del sistema delle deroghe a contratti e leggi dello Stato introdotta dall’articolo 8 della legge Sacconi (nell’ultimo governo Berlusconi)
hanno completato lo sradicamento delle conquiste sociali accumulate lungo un trentennio di storia sindacale.

Poi è arrivato Matteo Renzi, con il suo Jobs act, a togliere di mezzo ogni paravento ornamentale e a sancire la piena libertà di licenziamento dei lavoratori. Il contratto unico a tempo indeterminato viene espunto dalla legislazione.

Non vi è più tutela “reale” dai licenziamenti.
Al suo posto c’è solo una previsione risarcitoria.

Il diritto del lavoro, frutto di una straordinaria stagione di lotte sparisce e viene sostituito dal diritto commerciale, quello che regola la transazione fra cose, poiché nel rapporto di lavoro il prestatore d’opera, il lavoratore non entra più come persona, ma come merce che produce altre merci.

Il sogno di ogni capitalista si invera: “libero padrone in libera impresa”, come “libera volpe in libero pollaio”.

Come si vede, Renzi è perfettamente organico alla Grande Riforma, di stampo limpidamente ottocentesco, sul cui modello il capitale intende plasmare la modernità.

Del resto, Renzi aveva già dichiarato le proprie intenzioni in un’intervista al Corriere della Sera del 2008, collocando in un suo ideale pantheon tre figure: Tony Blair (il distruttore del welfare britannico), Luigi Zingales (neo-mercatista friedmaniano della scuola di Chicago, autore di un libello molto reclamizzato intitolato “Manifesto capitalista”) e Pietro Ichino (il liquidatore del moderno diritto del lavoro).

Renzi ha poi dichiarato la piena adesione ai trattati europei (tutto il filotto, per intenderci: Maastricht, Lisbona, Pareggio di bilancio, Fiscal compact, Six pack, Two pack).

Occupiamoci ora dell’impalcatura, dell’architrave che regge l’edificio monetarista europeo.

Le due ganasce della tenaglia sono:
il deficit al 3% del pil
il rapporto debito/pil al 60%

Oggi il rapporto debito/pil è in Italia al 135%, con un eccesso di oltre il 60% rispetto al diktat europeo, pari a 1.000 miliardi.

Il fiscal compact impone la restituzione di questa cifra in 20 rate annuali.

Per raggiungere questo obiettivo occorrerebbe tagliare la spesa pubblica, ogni anno, a partire dal 2016, di 50 miliardi, oltre a tenere in pareggio il bilancio di esercizio.

Qualcosa di inimmaginabile, che condannerebbe l’Italia ad un regresso sociale di proporzioni immani.

Inoltre, i salassi al welfare e ai salari riducono drasticamente il potere d’acquisto e i consumi; la contrazione della domanda aggregata deprime la produzione e gli investimenti e il riflesso negativo sull’occupazione che ne consegue è micidiale.

Il saldo finale è il calo del pil che “aritmeticamente” fa salire proprio quel peso relativo del deficit e del debito che si vorrebbe ridurre: è il cane che si morde la coda, un vero e proprio circolo vizioso che condanna ad una recessione senza scampo e brucia un’intera generazione di giovani europei.

Paradossale la “scoperta”, fatta con sorpresa e toni sensazionali dei media, che siamo in recessione.

Ora, per dimostrare che la moneta falsa del monetarismo, spacciata per ferrea legge di natura , non è altro che un imbroglio reazionario, non serve essere marxisti.

Prendiamo gli Usa, certo non inclini ad influenze bolsceviche.
Ebbene, nel momento più acuto della crisi, l’amministrazione Obama decide che il problema non è il deficit, non è il debito, non è l’inflazione, ma la disoccupazione.

Il presidente della Fed (Ben Bernankee) stampa moneta a più non posso e inonda il mercato di dollari al ritmo di 85 milioni al mese!

Per farne cosa? Per acquistare titoli del debito Usa sul mercato aperto, anziché darli alle banche, riaprendo così il credito a famiglie e imprese e lasciando che il rapporto deficit/pil salga a quasi il 12% (4 volte quello ritenuto invalicabile nell’eurozona), provocando una svalutazione competitiva del dollaro che sospinge le esportazioni.
Risultato: il pil aumenta del 4% all’anno e l’occupazione di 200 mila posti di lavoro al mese; le borse raggiungono il loro record storico.

Ovviamente c’è molto da discutere. Perché riparte un modello simile a quello pre-2007: i profitti sono al massimo storico dalla seconda guerra mondiale (l’11% del pil!), mentre le tasse pagate su quei profitti scendono del 5%, per cui l’America dei lavoratori (della classe media, come usano dire loro) ricava una fetta alquanto modesta da questo “bengodi” del capitale. E Obama, giustamente, paga ora elettoralmente dazio.

Evidentemente, siamo in un dominio capitalistico, ma quello che è interessante ai fini del nostro ragionamento è che l’Amministrazione Usa fa l’esatto opposto di quello che con immarcescibile pervicacia continua a fare l’Europa.

Seguendo la stessa pista, il governo conservatore del Giappone, esattamente come Bernankee, stampa moneta e quell’economia esce da vent’anni di stagnazione.

Il monetarismo europeo suscita critiche e persino ilarità negli economisti “liberal” statunitensi, da Joseph Stiglitz a Paul Krugman, che così commentano la pseudoscienza in auge nell’eurozona:
“Le regole dell’Ue impediscono qualsiasi seria politica industriale; l’Italia si condanna alla recessione”;
“Voi avete rinunciato a gran parte della vostra sovranità entrando nell’euro, la vostra è una sovranità limitata”;
“Voi non capite che il 12 per cento di disoccupazione è il vostro vero fallimento”.
E sui tagli:
“E’ come la medicina medioevale che pretendeva di curare i malati a colpi di salassi”;
“ Guardate che l’austerity non funziona neppure per l’obiettivo che si prefigge di ridurre il debito pubblico”.

E così via.

leggi tutto su http://www.rifondazione.it/formazione/?p=19

Autore: redattorecapo

associazione culturale Araba Fenice fondata a Bondeno (FE)

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