Dopo la catastrofe

La nostra società è ormai allo sfascio e non può essere altrimenti dato che si basa su principi e obiettivi che sono contro le persone e la natura. Basta guardare all’Italia, dove non funziona quasi nulla, dove ci si barcamena per andare avanti in una lotta quotidiana e costante contro i mille balzelli e le mille trappole di un sistema sanguisuga in cui l’imperativo per salvarsi è mors tua vita mea e così si creano le basi per un conflitto costante fra simili.

Ci ritroviamo in una società dove dilaga l’incattivimento di persone che fanno lavori controvoglia, lavori che odiano e che non abbandonano solo perché hanno bisogno di uno stipendio. A ciò si aggiungono ignoranza, arroganza e maleducazione di chiunque detenga anche un briciolo di potere e naturalmente lo esercita sull’ultimo malcapitato che gli capita a tiro.

Dagli uffici statali alle aziende private, dai commercianti ai professionisti, ci si stupisce le rare volte che qualcuno non cerca di fregare il prossimo, oppure quando qualcuno esegue un lavoro come si deve, fornisce un’informazione corretta, con educazione; e se questo incredibilmente accade lo si percepisce come un miracolo e si santifica la persona che ha fatto semplicemente quello che doveva fare.

Siamo abituati a essere trattati come idioti, rassegnati ad attese secolari, sbattuti da uno sportello all’altro, da una informazione all’altra, dove qualsiasi addetto a call center, ufficio che sia, dà una risposta diversa da quello precedente in un labirinto infinito di ipotesi e contraddizioni. Siamo sommersi da una burocrazia che è un muro di gomma e che ha come unico obiettivo lo strangolamento del cittadino e lo svuotamento del suo portafoglio.

Tutto contribuisce ad alimentare una società allo sbando e marcia che va rifondata dalle basi, con altri principi, un’etica e una cultura che ovviamente non possono essere quelle televisive o dei grandi media, che la cultura l’hanno fatta a pezzi, l’hanno sepolta sotto una valanga di pseudo-notizie inutili, di gossip contornato da pubblicità senza fine. Basta accendere un qualsiasi canale televisivo a ogni ora del giorno e della notte, per accorgersi dello squallore infinito in cui siamo precipitati.

A questo sfascio si aggiunge una situazione ambientale catastrofica provocata anche dalla stessa mentalità menefreghista di cui sopra, che mette in pericolo l’esistenza dell’umanità e impone un piano individuale e collettivo di salvataggio. Individualmente bisogna prendere coscienza che solo l’azione può garantirci un futuro degno di questo nome e ciò significa puntare il più possibile all’autosufficienza alimentare ed energetica, ridurre le proprie spese, fare un  lavoro che non sia nocivo per gli altri e per l’ambiente, riavvicinarsi alla natura per recuperare il centro della persona e le basi della vita.  Ma la presa di coscienza e l’azione individuale, per poter avere maggiore possibilità di successo, dovrebbero affiancarsi a una azione collettiva.

Assieme ad altre persone si possono ad esempio cercare terre abbandonate di cui l’Italia è piena, da coltivare in uso civico, in affitto (a seconda delle regioni hanno costi di poche centinaia di euro all’anno). Si possono costituire gruppi con obiettivi condivisi che acquistino terre e ruderi da ristrutturare (ci sono addirittura comuni che li offrono per un euro, altri comuni in spopolamento che danno molte agevolazioni per chi vuole stabilirsi). Nell’organizzarsi collettivamente ci si aiuta vicendevolmente che significa rinsaldare le relazioni ed essere un grande beneficio per ridurre le spese.

Una grande ricchezza è poi condividere le proprie capacità ed esperienze, scambiarsi informazioni, conoscenze, per un obiettivo e progresso comune. Fare quindi l’esatto contrario di quello che succede nella gran parte dei posti di lavoro tradizionali, dove ogni informazione viene gelosamente custodita e ci se ne serve per poter scavalcare gli altri e fare carriera, ottenere avanzamenti, promozioni. Bisogna quindi uscire da queste logiche miopi che non portano a nulla, se non ad aspetti negativi e ad avere un clima lavorativo pessimo.

In un luogo dove c’è collaborazione, c’è forza, si impara moltissimo e tutto diventa più semplice e fattibile. La relazione con la natura poi rende la vita più leggera e anche eventuali lavori che richiedono impegno e dedizione vengono vissuti con altro spirito e altra consapevolezza. Inoltre laddove si crea nuova vita, si crea cultura che non è certo appannaggio solo di scuole o università ma soprattutto di luoghi che fanno rinascere esperienze, saperi antichi, saggezza e dove ognuno ha un ruolo e una importanza, dal bambino all’anziano che non sono rispettivamente uno scolaro e un pensionato ma persone che possono donare agli altri tanto, semplicemente con il loro essere. Bisogna riuscire a creare sempre più zone resilienti, libere e per quanto possibile autosufficienti, significa creare tante arche che con l’aggravarsi della situazione potranno dare esempio e supporto alle persone che si troveranno in grosse difficoltà per aver confidato in una società orientata al sicuro suicidio.

http://www.ilcambiamento.it//articoli/societa-allo-sfascio-serve-l-azione-individuale-e-collettiva-per-creare-luoghi-liberi-di-resilienza

Autore: redattorecapo

associazione culturale Araba Fenice fondata a Bondeno (FE)

3 pensieri riguardo “Dopo la catastrofe”

  1. In un paese di unità dubbia o incompleta, il governo locale migliore è il sistema che ereditammo da Napoleone: le prefetture, guidate non da non si sa quale “democrazia”, bensì da un prefetto-poliziotto, occhio ed orecchio del governo centrale nei territori, gestore impeccabile e imparziale di strade, ponti, scuole, e ordine pubblico – e alta formazione di personale dirigente di buona cultura politica e senso della patria.

    Sottoscrivo in pieno Guido Grossi:

    “Le Regioni non servono, e vanno eliminate, perché rappresentano una inutile tentazione: un livello amministrativo in grado di minacciare gravemente l’unità statale (come stanno facendo) senza arrivare a portata di sovranità popolare.

    Qualunque italiano vi potrà dire che bisognava abolire le Regioni, non le provincie, come ha fatto Matteo Renzi (con tagli a metà e pasticciati, per cui adesso non si sa bene quali siano i compiti che le Regioni hanno preso alle provincie, che in qualche modo continuano a esistere. Ma in precedenza D’Alema e soci, hanno fatto il danno decisivo con la modifica del titolo 5 della costituzione: per lo scopo di battere Bossi e di prendergli qualche voto, misero le basi di quel “federalismo non leghista” che oggi presenta il conto. Ma finora vi andava benissimo, a voi neo-patrioti. Vi è andata benissimo “l’autonomia”, purché per la Sicilia, la cui classe dominante ha così ampiamente dimostrato di esserne insieme indegna e incapace.

    L’articolo Ci mancava solo una guerra civile. Magari ce la regaliamo. proviene da Blondet & Friends.

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  2. Vogliamo poi parlare delle meraviglie dell'”Internet delle cose”, cornucopia mirabolante che necessita però di volumi enormi d’energia elettrica e il cui primo passo saranno le connessioni 5G, cioè viaggianti ad una frequenza di 27,5 Ghz ma con una durata di viaggio limitata rispetto al 4g, il che comporta che per connettere tra loro numerosi oggetti per chilometro quadrato saranno necessarie gran numero di miniantenne messe ovunque, anche sui pali della luce? E dei pericoli di un massiccio elettrosmog con rischi connessi alla salute delle persone? O forse voi non ci pensate? Vi saranno sensori dappertutto, con l’internet delle cose e il 5G che magari domani sarà 6G, 7G, 8G e ci saranno le microantenne anche nel cesso di casa, che vi tirerà lo sciacquone in anticipo mentre voi morirete di cancro a sessant’ anni circa. Perché vedete, cari i miei studenti millennials che appena qualcuno fa una cosa voi la fate diventare “virale” in Rete (come gli scioperi della Thunberg) tutte queste cose voi non le mettete in discussione, per nulla. O magari non ci pensate. Gas, carbone e petrolio sono i cattivi, elettrosmog e impatti ambientali discutibili delle rinnovabili sono i “buoni”. O forse a voi fa comodo distinguere in buoni e cattivi, perché è un alibi perfetto per non mettere in discussione le fondamenta della baracca che hanno un nome e un cognome ben preciso: capitalismo selvaggio iperliberista con tecnologia e scienza piegati ad esso e ai suoi voleri.
    https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61620

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