Bologna chiama Ustica

Quindi continua Vinciguerra sui responsabili della strage: “E’ sbagliato circoscrivere la verità solo ai portatori di valigie. Le responsabilità politiche non sono state mai nemmeno sfiorate, esaminate. I familiari delle vittime hanno avuto una sola ricompensa, che sono stati trovati i portatori di valigie”. Ma allora, procede Gustapane rivolto a Vinciguerra, “perché non dà un contributo” alla verità? Risponde il testimone: “Il mio contributo lo do da anni con una ricostruzione storica, sulla base di una serie di elementi. Si è fatto un errore per mezzo secolo. Dal 1946, dalla fondazione del Movimento Sociale Italiano, l’estrema destra ha scelto di stare dalla parte dello Stato e quindi ha scelto di stare dalla parte dei suoi apparati”.
“Mi disse chiaramente ‘sono stati loro’. Me lo disse Johann Hirsch in carcere“. Così Vincenzo Vinciguerra oggi in aula riporta quello che gli riferì in carcere a Volterra un malavitoso austriaco, in cella all’epoca per traffico di droga: ossia, che i responsabili della strage erano effettivamente i giovani dei NAR.
Vinciguerra è stato incalzato dal pm Antonello Gustapane, che ha ripescato i vecchi verbali a tema. Sentito per la prima volta sulla strage di Bologna il 29 giugno 1984, “disse- si rivolge il pm in aula al testimone- che nulla sapeva per conoscenza diretta sulla strage di Bologna. Successivamente, però, il 10 agosto ’84, il 21 dicembre ’84 e nell’interrogatorio dell’11 gennaio 1986, al giudice istruttore Zincani, disse che aveva avuto notizie sulla strage che in quel momento non voleva rivelare, in particolare da tre persone che non voleva indicare”.
Vinciguerra si concentra proprio sul detenuto austriaco: “Era un delinquente comune, mi ha detto chiaramente ‘sono stati loro’. Era malavitoso, uno spacciatore di droga”. La difesa di Cavallini, per iniziativa dell’avvocato Gabriele Bordoni, chiede però come mai Vinciguerra non reagì all’affermazione del ‘collega’ chiedendo di più. “Non ho cominciato a fare domande io. Farle in carcere non è salutare”, risponde Vinciguerra.
“Non ho mai conosciuto né mai incontrato Cavallini, non ho mai parlato con lui. E neanche con Fioravanti e Mambro”, dice Vincenzo Vinciguerra in aula durante il processo che vede imputato per concorso alla strage della stazione l’ex NAR Gilberto Cavallini. Dunque Vinciguerra, membro all’epoca di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, dice di non aver conosciuto né Cavallini né Valerio Fioravanti né Francesca Mambro, questi ultimi due condannati in via definitiva come esecutori della strage alla stazione, ma pure Paolo Bellini, l’ex ‘primula nera’ di Avangardia Nazionale, Vinciguerra dice di non conoscerlo: “Era in Avanguardia Nazionale? Non so, non conosco il personaggio Bellini”, risponde il teste.
Luca Donigaglia

https://byebyeunclesam.wordpress.com/2019/10/17/bologna-chiama-ustica/

Autore: bondeno

redazione bondeno.com

1 commento su “Bologna chiama Ustica”

  1. È successo per caso, durante le udienze che riguardano l’ultimo imputato in lizza, Gilberto Cavallini. La difesa chiede una perizia sui resti della povera Maria Fresu, la vittima ritenuta più vicina alla bomba quando è scoppiata: di lei è rimasta solo la faccia, scarnificata dallo spostamento d’aria, il resto si è polverizzato. Si vuole fare un approfondimento sull’esplosivo assorbito dai tessuti ma le analisi scoprono tutt’altro: quel corpo non è di Maria e forse neanche degli altri morti censiti perché a nessuno di loro, sostiene (non smentita) la difesa manca del tutto la faccia, nessuna autopsia segnala una lesione di quel tipo.
    Il sospetto è chiaro. C’era una vittima numero 86 sotto le macerie della stazione ed era la più vicina alla bomba. Si è pasticciato per cancellarla, per fermare i conti a quota 85 e adesso il diavolo ci ha messo lo zampino: “Chi l’ha visto” pubblica sul suo sito la foto (terribile) del volto senza nome, invitando chi può a riconoscerlo; il tribunale non sa che fare, forse ordinerà perizie sui parenti delle donne morte per vedere se c’è qualcuna che corrisponde a quei poveri resti. Il caso si riapre, e non è solo questione giudiziaria ma eminentemente politica perché qui rischia di venir giù un caposaldo della storia italiana, insieme alle carriere di centinaia di inquirenti, magistrati, politici che hanno difeso l’edificio processuale, pugnale tra i denti, marginalizzando chiunque – compreso il presidente emerito Francesco Cossiga – sollevasse dubbi sulle sue fondamenta.
    https://www.ariannaeditrice.it/articoli/la-strage-di-bologna-non-e-affatto-un-caso-chiuso-e-l-ultima-prova-e-la-vittima-numero-86

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