Taranto

Approfittando dell’assenza del traffico, prendo la macchina e faccio un lungo giro per le periferie, dai Tamburi fino a Paolo VI, l’estrema banlieue della città. Al volante, mi ricordo all’improvviso, di quando una volta un vecchio politico cittadino mi spiazzò confidandomi che Taranto, in realtà, è solo un’enorme periferia anonima e sgraziata: «Chiunque voglia governarla deve averlo bene in testa».

A Paolo VI, dopo aver costeggiate le case del Cep, un tempo attraversate da una barbara guerra di mafia, mi fermo davanti a ciò che resta della Scuola Media Ungaretti. Qui mio padre ha insegnato per trent’anni, nella periferia della periferia, a due passi dalle ciminiere dell’Ilva. Ci stava da mattina a sera, la scuola è sempre stata per lui un luogo aperto a tutti, non solo ai ragazzi, ma anche ai genitori dei ragazzi e all’intero quartiere, ben al di là delle ore di lezione. Aveva fatto anche un orto, e un laboratorio di scienza. Ora l’Ungaretti non c’è più. Dopo che mio padre è andato in pensione, la dirigenza scolastica ha deciso di accorpare le ultime classi rimaste in un altro plesso, privando così le «case bianche» del loro unico istituto scolastico. In poche settimane, il lavoro di trent’anni è stato saccheggiato e vandalizzato. Sono rimasto a lungo a osservare lo scheletro vuoto della scuola. Non è rimasta una sola porta, un solo vetro alle finestre, una sola tazza del cesso, una sola sedia, una sola lavagna, un solo infisso. Perfino i mattoni e il ferro sono stati famelicamente strappati.

A poche centinaia di metri da qui sorge l’Ospedale Nord, da cui si abbraccia in un unico sguardo tutta città, i due mari, il porto, le ciminiere del siderurgico. A settembre vi ho accompagnato mio padre per il primo giorno di chemio.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).

Autore: redattorecapo

associazione culturale Araba Fenice fondata a Bondeno (FE)

1 commento su “Taranto”

  1. Quanto all’esempio dell’acciaieria austriaca che mi porta, grazie, anche noi abbiamo acciaierie modello con proprietari e dirigenti capacissimi e all’altezza della migliore modernità tecnologica: esempio fra tutti, il gruppo Arvedi, recente vincitore di una gara in cui ha fornito agli USA un’acciaieria a ciclo completo chiavi in mano.

    https://www.laprovinciacr.it/news/cronaca/221774/arvedi-negli-usa-colpo-da-un-miliardo-di-dollari.html

    E’ che la “classe dirigente” sta al disotto della modernità, non solo ignorante, ma che vuole ignorare – credendo di sapere già tutto – e adesso governa la terza potenza industriale europea segueno l’ultima ideologia folle dettata da un comico, Beppe Grillo, la decrescita felice. La chiusura di ILVA è stato fin dall’inizio nel programma dei 5Stelle – e con l’aiuto attivo della magistratura, e senza la capacità di opporsi degli “alleati di governo”.. Nemmeno le voci delle migliaia di lavoratori presto disoccupati li convincono. Nemmeno le figure che fanno davanti appunto agli stranieri come lei: uno dei misteri per me più impenetrabili, è che questo sedimento italiota, non prova vergogna della sua stupidità, ignoranza criminale – gli è estraneo quel sentimento onorevole che spesso è spinta delle persone a migliorarsi.

    Questo è il mistero di cui non so darle ragione, per cui non abbiamo – da secoli – classe dirigente: mai chi temporaneamente “comanda” – o occupa il potere politico – non cerca nella nazione coloro che sono i migliori , né ne cerca la collaborazione – ma li guarda con sospetto e li tiene lontani dal potere. C’è una falla non dell’intelligenza, ma del carattere: per cui devo constatare ogni volta che non solo comanda la plebaglia , ma comanda in modo imperioso: vuole essere obbedita, subito, sorda e cieca ad ogni ragionamento: vuole subito chiudere l’ILVA, così come “non vuole inceneritori” nella Roma che sta seppellendo sotto i suoi rifuti – anche se inceneritori funzionano benissimo a Vienna come dovunque nei paesi del Nord, anche in Lombardia. Questa plebaglia imperiosa, mentalmente arretrata, è una specie di sedimento ineliminabile dell’essere italiano. Ed autorizza i giudizi come quello da lei riportato. Non so che dirle, se non: ha ragione.

    L’articolo ILVA: Perché, italiani, siete così? proviene da Blondet & Friends.

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