Racconto di Natale

Non un’eredità originale. Quasi tutti i sessantenni, settantenni o giù di lì hanno avuto uno zio fascista. Normalmente definito: “fascistone”. Almeno uno. Il più delle volte quello zio fascista è già morto, per l’inevitabile trascorrere del tempo. Ammesso che già non fosse morto, o morto ammazzato finita la guerra.

Ovviamente, mica si trova più vivo uno che abbia fatto la “Marcia su Roma”. Al massimo qualche ultranovantenne i Littoriali del ’40, anno XVIII E.F., il balilla o l’avanguardista. Però di lui, o di loro, a volte si ricordano alcune caratteristiche, certi discorsi. Prima importante differenza: lo zio poteva essere un “pentito”, del 25 luglio ’43 o del 25 aprile ’45, sincero o meno non importa. Se era poi diventato comunista, tale lo era stato sempre, senza discussioni, dentro le strutture del fascismo stesso, solo per sottile propaganda contro il regime, insomma per sabotaggio.

Oppure poteva essere uno che, pur senza far discorsi altisonanti, lo ammetteva, senza ipocriti pentimenti. Non rinnegava nulla col senno del poi. In tal caso è più facile fosse di fatto emarginato dal resto della famiglia, per piatto conformismo, non tanto per “antifascismo militante”, a meno che il suo patrimonio giustificasse il classico, italianissimo “turiamoci il naso e frequentiamolo!”

Sto parlando degli anni settanta, più o meno, non di oggi. Quando i “ragazzi di Salò”, alla Mazzantini o Accame, avevano meno di cinquant’anni. Quando il “babau” fascista faceva firmare agli “intellettuali” (sempre gli stessi, basta andare su Google e cercarli) un “manifesto  democratico ed antifascista” al giorno.

Io, come tanti, avevo qualche “zio fascista”, anche se non aveva ricoperto cariche importanti nel Partito. Uno non lo conobbi.

Ivo era, infatti, un delicato poeta di origine sarda, piccolo e bruno, in corrispondenza con Ardengo Soffici ed altri illustri scrittori, con quindici anni più di mia zia paterna Maria, fatto prigioniero dagli austriaci sul Carso nel ’17, prima di Caporetto, e mandato al famigerato campo di  Mauthausen. Sulle sue vicende e sofferenze scrisse poi un libretto a stampa che ancora ho. Assieme ad un suo libro di liriche d’ispirazione crepuscolare, “Il cuore di allora”. Però, per la fame subìta e le percosse col calcio del fucile, egli perse un polmone ed ebbe altri danni. Tornò in Italia quando era allo stremo delle forze, più morto che vivo, grazie ad un interscambio di prigionieri. “Grande invalido di Guerra”, impiegato di banca. Morì nel ’37 a quarant’anni, neppur compiuti, quando il polmone rimasto, male in arnese, non ne volle più sapere di lavorare per due.

Lasciò una vedova di 25 anni che si consolò più tardi sposando un ufficiale (di complemento) della Regia Marina con vent’anni più di lei, fratello di un ufficiale dell’Esercito, Capo di Gabinetto di De Vecchi, Governatore del Dodecanneso. Trovandosi a La Spezia l’8 settembre del ’43, il marito venne arruolato come istruttore nella X MAS di Junio Valerio Borghese e si salvò poi per un pelo.

Un altro era stato nella MVSN. Più fascisti ce n’erano tra i prozii ed i cugini in secondo grado. Uno, zio di mia madre, era stato podestà di un paese dell’astigiano e, grazie a lui, dicevano, era arrivata l’acqua corrente. Seppure un fratello di mia madre non volle mai prendere la tessera del PNF, e rinunciò così ad un buon impiego pubblico, in gran maggioranza erano stati fascistoni, o più o meno fascisti. Non ci fu neppure un partigiano in famiglia, solo un internato in Germania! Sì, ci fu una vittima, una ragazza di diciassette anni, assassinata nella vigna di famiglia, nell’astigiano, dopo il 25 aprile, forse da un innamorato respinto, forse per avere lei sorriso ad un soldato tedesco. Nessuno indagò.

Gli altri di riffa o di raffa la sfangarono, anche se il loro futuro non fu normalmente brillante. Erano rappresentanti di commercio per lo più. Se la passavano quasi tutti maluccio, a parte certi ricchi parenti acquisiti. Che ricchi lo erano già prima, non lo erano certo diventati col fascismo… Del passato non parlavano. Il loro partito di riferimento divenne, normalmente, la Democrazia Cristiana, che ad ognuno presentava un aspetto diverso o quello che uno voleva vederci. Non per tutti. Un mio zio, si presentò candidato alle elezioni del 1953 per i monarchici del PNM, stella e corona. Ebbe pochi suffragi. Neppure i parenti lo votarono!

“Questi sono uguali a quelli di prima. Solo che hanno la camicia nera più lunga!”, era un commento che noi bambini sentivamo tante volte negli anni cinquanta. In effetti, finiti gli eccidi partigiani, definito il ruolo dell’Italia nella NATO e nello scacchiere internazionale con la “Cortina di Ferro”, vinte le elezioni del 18 aprile 1948, la DC prese in mano il timone del Governo e la burocrazia del vecchio Stato, con in suoi difetti, ma la sua competenza, riprese a lavorare come sapeva. In tredici anni di scuola pubblica, mai i miei maestri e professori scioperarono un giorno! Mai, neppure uno.  In compenso ci facevano marciare come i balilla di un tempo. Un blando “premilitare”. Ed era tutta la nostra Educazione Fisica, di noi maschietti, perchè le femminucce delle Elementari manco quello facevano, credo.   

Però, in quel panorama abbastanza grigio e piatto, una figura dissonante emerse, quella dello zio Gilberto. Combattente nell’Africa Orientale Italiana, prigioniero all’Amba Alagi nel maggio 1941 con il Duca d’Aosta e tutto il contingente italiano di settemila uomini, áscari compresi, che, ormai ridotti alla fame si dovettero arrendere, con l’onore delle Armi, ai 41.000 effettivi dell’Esercito Britannico, composto quasi interamente da indiani, etiopici e sudafricani. Trattati malissimo.

Il Duca Amedeo d’Aosta non tornò vivo in Italia, morendo di tisi e malaria a Nairobi nel marzo ’42. Zio Gilberto venne rinchiuso nel campo di prigionia britannico a Nanyuki, in Kenya, alle pendici dell’omonimo Monte, di cinquemila metri d’altezza. Ma sopravvisse e nel 1947 era finalmente di ritorno, quando pochi ormai lo davano per vivo. Rimase a Torino per tre-quattro mesi e poi ripartì. Riuscì, chissà come, a tornare in Etiopia, dove si stabilì e quasi non fece più avere notizie di sé.

Fino al 1974, quando prese il potere ad Addis Abeba il marxisteggiante Mengistu, il capo dei giovani ufficiali del Derg, che fece imprigionare e poi uccidere il Negus Hailé Selassié, che sempre aveva protetto gli italiani dell’Impero. L’aria per gli italiani, seppur non formalmente espulsi, ma ai quali venivano confiscati molti beni, divenne irrespirabile. Le persecuzioni, le requisizioni, le arbitrarietà burocratiche erano divenute quotidiane, insopportabili. Cosicché un giorno del 1976 arrivò un telegramma a mio padre dal fratello che non rivedeva da quasi trent’anni:

“Causa noti eventi, farò rientro in Italia con mia famiglia prossima settimana. Ringrazio anticipatamente per appoggio e temporanea ospitalità. Gilberto”.

Il telegramma gettò nella incredulità e poi nella costernazione la mia famiglia. Dal 1947 non sapevano praticamente nulla di lui, né che si fosse sposato. Aveva mandato due o tre cartoline di Buon Natale in trent’anni.

– “Si è ammalato di mal d’Africa. Succede”, aveva tagliato corto mio padre, che mai era stato particolarmente legato al fratello, quando chiedavamo sue notizie. Si era “insabbiato”, come tanti.

Adesso, però, zio Gilberto, spinto dalle circostanze, tornava. Con moglie e, probabilmente, dei figli. Quanti? Di che colore? Che cosa avrebbero fatto in Italia? Dove li avremmo provvisoriamente sistemati?

Una crescente agitazione s’impadronì di mia madre. Mio padre ostentava maggior sicurezza o spirito fatalistico. Era imbarazzato, tuttavia considerava suo dovere assistere il fratello in difficoltà. Ne aveva già passate tante, povero Gilberto, che ci mancava solo quest’ultima,  pensava e commentava.

Giunse il giorno dell’arrivo dei profughi, in treno, dopo essere atterrati a Roma. Mio padre non rivedeva il fratello da ventinove anni e per tutto quel tempo neppure aveva ricevuto delle sue fotografie. Essendo zio Gilberto del 1920 i conti erano presto fatti. Aveva già cinquantasei anni.

Eravamo tutti curiosi e tesi all’inizio del binario undici della stazione di Porta Nuova, aspettando il treno proveniente da Roma. Finalmente il convoglio arrivò, cominciarono a scendere i passeggeri, fino a che un gruppo alquanto numeroso non ci fece sospettare il peggio, che puntualmente si confermò.

Guidato da un cinquantenne brizzolato di bella presenza e dalla moglie abissina, con circa  vent’anni di meno, seguivano i genitori ben sette tra maschi e femmine. Di tutte le età. Dopo un po’ d’incertezza e l’abbraccio di rito, zio Gilberto si volse alla figliolanza:

– Questi sono gli zii ed il cugino Paolo di Torino, dei quali vi ho già parlato.

– Te li presento, Alfonso – disse quindi a mio padre.

– Vittorio, di quattordici anni – Vittorio avanzò, inchinò rispettosamente il capo e sbattè i tacchi, all’uso militare, in silenzio, poi retrocedette senza voltarsi.

– Bruno, di dodici – Con analogo inchino e sbatter di tacchi.

– Edda, di dieci – Avanzò come i fratelli, piegò la testa bruna, senza sbattere i tacchi.

– Romano, di otto. Ed a quel punto ricominciarono inchini e sbatter di tacchi sulla pensilina. La gente ci guardava, mia madre era rossa in viso.

  Arnaldo, di sette. Come sopra.

  Annamaria, di cinque – senza sbatter di tacchi.

  Rachele, di quattro.

  Per ora abbiamo finito. Salutate:

  Buona sera, zii, grazie! – tutti i bambini all’unisono.

– Riposo, ragazzi.

La faccia di stupore, tra il rosso ed livido, lo sbigottito e l’incredulo di mia madre, muta come un pesce, era da pittura di Goya.

– Mia moglie, Abebech, Abe per la famiglia, anche lei, per fortuna, sopravvissuta al “Terrore Rosso” scatenato da quel pazzo criminale di Menghistu. Suo padre è stato ucciso perché faceva parte della Casa Imperiale. Mia suocera è ancora ad Addis Abeba, ma spero possa raggiungerci

presto.

Mia madre si presentò e baciò nuovamente la cognata.

– Dove li mettiamo tutti a dormire? – le sentii sussurrare, preoccupatissima, a mio padre.

– Non lo so. Ci aggiusteremo.

Fu l’inizio di un divertente inferno. Io, con la scusa di lasciare spazio libero, mi trasferii subito a casa di amici.

Il racconto dei primi giorni della famiglia africana di zio Gilberto a Torino, fattomi da mio padre, che non perdeva mai un fondo ironico e disincantato, era magnifico:

– Per tuo zio Gilberto il tempo si è fermato. Non capisce l’Italia di oggi. Ha dato ai figli tutti i nomi dei figli e fratelli del Duce. Ignora il lei ed usa soltanto il tu ed il voi. Non fa il saluto fascista, per fortuna, ma non dà la mano a nessuno. In famiglia vige un regolamento militare. Quando escono con il padre, i figli marciano inquadrati in fila per due. I maschi vestiti tutti allo stesso modo, con una specie di divisa da boy-scout, le femmine pure, da Piccole Italiane, con camicetta bianca e gonna nera. Li guardano tutti. Per fortuna hanno fatto la Scuola Italiana ad Addis Abeba e non dovrebbero avere difficoltà ad inserirsi nella scuola di qui…

– Come dormite?

– Abbiamo tirato fuori i letti pieghevoli, i materassini da spiaggia, una brandina ce l’ha prestata la vicina del piano di sotto, un’altra, la signora vedova del sesto. Nel tuo letto, che è grande, abbiamo sistemato gli zii. I bambini sono sparsi ovunque. Bambini meravigliosi, obbedienti. Quando li si chiama rispondono subito: “comandi, papà, o comandi, zio!”. Ai maschi il padre non esita a minacciare il courbash, una specie di frustino di pelle di rinoceronte. Non credo proprio ne abbiano bisogno. Forse l’han sentito sulla pelle solo una volta e neppure tutti. Solo a sentir nominare quello strumento i bambini impallidiscono!

– Mamma mia!

– Come profughi hanno la precedenza nell’assegnazione di una Casa Popolare. Dovrebbero, han detto a Gilberto, dargli anche una licenza per una rivendita di Sale e Tabacchi. Speriamo presto.

– Lo zio è riuscito a portare con sé un po’ di soldi?

– Quasi nulla. Ad Addis Abeba aveva un’officina meccanica con quindici operai, una casa grande con parco, una Mercedes. Tutto perduto.

– L’Africa non gli porta fortuna.

– No, eppure, spera di poterci tornare presto. Ne è sempre innamorato. I bambini sono belli, quasi bianchi. Non dovrebbero avere problemi particolari d’inserimento.

– Ma dev’essere duro per loro essere costretti tra quattro mura…

– Lo immagino. Per giunta l’educazione fascista ricevuta in casa… Per fortuna i nomi non sono troppo compromettenti.

– In questo casino italiano se la dimenticheranno presto.

– Lo credo anch’io.

Passarono i mesi. Gli zii ottennero l’appartamento, sia pure piccolo per tutta quella nidiata, alla quale si aggiunse pure un’ottava figlia, Edvige, sempre per mantenere la tradizione mussoliniana tanto cara allo zio. Arrivò anche la licenza per la rivendita di Sale e Tabacchi. Io potei tornare a casa, dopo sei mesi.

Zio Gilberto e zia Abe non rividero mai più l’Etiopia. Zio Gilberto se ne andò ad ottantacinque anni, già diverse volte nonno, dopo aver coltivato fino alla morte la speranza di tornare nella “sua Africa”. Volle essere sepolto con la camicia nera. Lui era un “irriducibile”, anche durante la prigionia in Kenya. Per questo gli inglesi ed i servi degli inglesi lo avevano trattato peggio di un cane rognoso. Senza piegarlo mai.

Zia Abe continua a vivere a Torino con una figlia sposata. Sono diventati tutti torinesi, addirittura eccessivi. Mi risulta sempre divertente sentirli parlare in dialetto con i loro tratti esotici da “Faccetta Nera”, sia pur scoloriti per il… subalpino freddo!

Le bambine di un tempo, crescendo si son fatte bellissime. Ed intelligenti. In tre hanno frequentato  l’Università di Medicina, specializzandosi in Cardiologia, Oncologia, Endocrinologia. La più piccola si è laureata in Lettere. I maschi son diventati ingegneri, tutti.

Africa Orientale Italiana (A.O.I): 1936-1941

Ognuno ha trovato un suo spazio nella vita, senza raccomandazioni, per merito proprio.

RaccontoDi#Natale. Mio zio Gilberto, combattente fascista in Africa Orientale

Autore: redattorecapo

associazione culturale Araba Fenice fondata a Bondeno (FE)

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