Pronti alla resa

Non solo siamo in guerra, ma siamo anche già pronti alla resa:

di Red

La vera campagna elettorale, quella per accreditarsi dove si prendono decisioni, la si fa sul Financial Times. Che ha dedicato molto spazio alle elezioni italiane. Segnaliamo questa intervista del Financial Times a Pierluigi Bersani in versione maresciallo Pètain. Quello dei giorni che precedettero la formazione della repubblica collaborazionista di Vichy.

Cosa dice di grave Bersani ?

La prima è che è favorevole ad un irrigidimento del fiscal compact, il patto sul bilancio che impegna a tagli di spesa pubblica di decine di miliardi l’anno per un ventennio. La seconda è che impegna l’Italia ad ulteriori politiche di austerità. Fin qui siamo a Monti forse con qualche parola più cruda sull’irrigidimento del fiscal compact.

Ma dove Bersani, nel tentativo di accreditarsi in Europa, riesce a superare a destra Mario Monti è sulla questione del commissario unico europeo. Si tratta di una figura, già oggetto di trattativa nei precedenti round europei, che avrebbe potere di veto sulla stesura dei singoli bilanci nazionali. Per cui se un paese decidesse di finanziare scuola, sanità, servizi sociali, in autonomia nazionale, questa figura avrebbe potere di bloccare una decisione sovrana. Il più convinto artefice di questa proposta, che ha incontrato il favore di Barroso, è il superministro tedesco dell’economia Schauble. Monti, diplomaticamente, nelle settimane scorse aveva fatto scivolar via questa proposta (assieme ad altri paesi). Monti è un uomo di destra, convinto di svendere il paese, ma sa che la cessione di sovranità va sempre saputa trattare con accortezza.

E cosa ti fa Bersani? Per accreditarsi in Europa si dice pronto ad accettare la proposta Schauble. Al Financial Times Bersani si dice pronto ad accettare la cessione di sovranità. Ovviamente si bada bene dal dirlo all’elettorato italiano. Qui è da considerare una cosa. Esistono due tipi di cessione di sovranità: una, quella con contropartite, fa parte di un processo di integrazione continentale. L’altra, senza contropartite, spiace dirlo ma si chiama resa ad una potenza straniera. Nessun dubbio che Bersani voglia incarnare i panni del nuovo Pétain che, a suo tempo, decise che la resa praticamente senza contropartite alla Germania fosse l’unica strada razionalmente praticabile.

Fonte: http://senzasoste.it
Link: questa intervista del Financial Times

Il grido

E voi così innocenti colpevoli d’esser nati
in giro per le strade gli sguardi vuoti i gesti un po’ sguaiati
si vede da lontano che siete privi di ideali
con quello spreco di energia dei giovani normali.

E voi che pretendete che tutto vi sia dovuto
con la scusa infantile che nessuno mi ha mai capito
siete così velleitari come artisti improvvisati
con quella finta libertà dei giovani viziati.

È un gran vuoto che vi avvilisce e che vi blocca
come se fosse un grido in cerca di una bocca.
Come se fosse un grido in cerca di una bocca.

E voi che rincorrete, decisi e intraprendenti
l’idea di una carriera tipo imprenditori sempre più rampanti
disponibili a tutto, all’occorrenza anche disonesti
con tutta la meschinità dei giovani arrivisti.

E voi così randagi sempre sull’orlo del suicidio
covate ben racchiusa dentro al vostro petto un’implosione d’odio
l’eroico vittimismo da barboni finti e un po’ frustrati
e col cervello in avaria dei giovani scoppiati.

È una rabbia che vi stravolge e che vi blocca
come se fosse un grido in cerca di una bocca.
Come se fosse un grido in cerca di una bocca.

E voi che brancolate in un delirio tra il male e il bene
col rischio di affondare nella totale degradazione
aggrappatevi al sogno di una razza che potrebbe opporsi
per costruire una realtà di giovani diversi.

C’è nell’aria un’energia che non si sblocca
come se fosse un grido in cerca di una bocca.
Come se fosse un grido in cerca di una bocca.
Come se fosse un grido in cerca di una bocca.

Decennale

1 gennaio
Giorgio Gaber – Cantante e attore italiano (1939-2003)
Giorgio_GaberIl 1 gennaio ricordiamo i dieci anni dalla scomparsa di Giorgio Gaber. Chitarrista – impara ad utilizzare lo strumento per riabilitare il braccio sinistro a seguito di un incidente che gli procura una paralisi parziale all’arto – poi cantante e interprete di teatro canzone.
In sala multimediale esponiamo le opere possedute.
Biblioteca Comunale Bassani – via Grosoli 42 – Ferrara
L’inizio di Giorgio Gaber è figlio del jazz e del rock & roll. Siamo nella seconda metà degli anni 50 e la leggenda narra del Santa Tecla, locale un po’ equivoco a due passi dal Duomo di Milano. E’ lì che uno studente della Bocconi, diploma di ragioniere, milanese ma di radici triestine, si trasforma in chitarrista e poi perfino in cantante. D’altronde il “conservatorio”, per una intera generazione di artisti nati intorno alla guerra, è una cantina due metri sotto il marciapiede (ricordate un certo Cavern Club, in quel di Liverpool?) e Gaber non sfugge alla regola. Con lui ci sono Enzo Jannacci, Luigi Tenco, Giampiero Reverberi. Si fa del jazz (c’è anche Paolo Tomelleri), del country & western (il primo gruppo si chiama Rocky Mountains) e si scoprono Bill Haley, Elvis Presley, i Platters. Passano dal Santa Tecla Adriano Celentano (che vorrà Gaber come accompagnatore alla chitarra) e soprattutto Sergio Rapetti in arte Mogol. Sarà lui ad offrire all’incredulo studente il primo contratto discografico. In realtà Gaber sta vivendo una lunga parentesi, un gioco consapevolmente goliardico. Non crede affatto che il suo futuro professionale verrà da queste notti senza fine. Eppure fra la chitarra, il microfono e la vita da orchestrale, si sta formando una parte rilevante dell’artista Gaber. Che a questa prima stagione dovrà molto della sua energia e della sua fisicità sul palcoscenico. Oltre a un’immediatezza di riscontro col pubblico, sera dopo sera, che la generazione successiva dei cantautori non conoscerà se non a carriera avanzata. Apice dell’avventura, probabilmente, l’isterica serata del Primo Festival Nazionale del Rock And Roll, 18 maggio 1957 al Palazzo del Ghiaccio di Milano. E’ la data di nascita ufficiale del teenager italiano, urlante e scatenato come il suo omologo in ogni parte del mondo. Giorgio Gaberscik, in arte Gaber, non ha ancora diciannove anni. (…)
http://www.giorgiogaber.it/

Legge di Jante

Pur con tutte le cautele da riservare alle voci di Wikipedia, questa descrive abbastanza bene la mentalità bondenese del “capirissimo“: basta sostituire là dove dice “azione collettiva” con “inazione collettiva” (del resto siamo italiani, non scandinavi)

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

L’autore della “legge di Jante”, il danonorvegese Aksel Sandemose

La tavola delle leggi, presso Nykøbing Mors, in Danimarca

La Legge di Jante (in norvegese/danese: Janteloven e in svedese: Jantelagen) è uno schema comportamentale di gruppo presente nella cultura scandinava e in generale in quella nordica. È stata originariamente formulata dall’autore danonorvegese Aksel Sandemose (18991965), nel romanzo Un fuggitivo incrocia le sue tracce (En flyktning krysser sitt spor) del 1933.

La Legge di Jante sottende un modello di comportamento che, all’interno delle comunità scandinave, critica e ritrae negativamente, come indegne e inappropriate, le realizzazioni individuali e il successo del singolo.[1]

Indice

Paradigma sociologico

La legge di Jante viene oggi associata a qualsiasi società o comunità di persone che sia chiusa, presuntuosa, di mentalità ristretta e diffidente verso chi non appartiene alla comunità.[2] Jante è il nome che Sandemose dà, nel suo libro, a un piccolo villaggio danese che gli ha ricordato Nykøbing Mors, suo paese natale, dove nessuno è anonimo, una situazione, questa, tipica di tutti i piccoli paesi.[3]

Generalmente, viene utilizzato colloquialmente come termine sociologico per descrivere un atteggiamento negativo verso l’individualità e il successo, comune in Scandinavia: il termine si riferisce, in particolare, a una mentalità che de-enfatizza lo sforzo individuale e pone tutto l’accento sull’azione collettiva, scoraggiando quelli che spiccano come uomini d’azione.

Gli articoli della legge di Jante

La legge di Jante è compendiata in dieci diverse regole (originariamente scritte in lingua danese), quali definite da Sandemose, tutte espressione di variazioni su un unico tema e di solito indicate come un insieme omogeneo: “Non pensare che tu sia un qualcuno di speciale o che tu sia meglio di noi”.[3]

  1. Du skal ikke tro du er noget ! – Non credere di essere qualcosa di speciale.
  2. Du skal ikke tro du er lige meget som os ! – Non credere di valere quanto noi.
  3. Du skal ikke tro du er kloger en os ! – Non credere di essere più furbo di noi.
  4. Du skal ikke innbille dig at du er bedre en os ! – Non immaginarti di essere migliore di noi.
  5. Du skal ikke tro du ved mere en os ! – Non credere di saperne più di noi.
  6. Du skal ikke tro du er mere en os ! – Non credere di essere più di noi.
  7. Du skal ikke tro at du duger til noget ! – Non credere di essere capace di qualcosa.
  8. Du skal ikke grine af os ! – Non ridere di noi.
  9. Du skal ikke tro at nogen kan lige dig ! – Non credere che a qualcuno importi di te.
  10. Du skal ikke tro du kan lære os noget ! – Non credere di poterci insegnare qualcosa.

C’è inoltre un undicesimo articolo, sibillino e intimidatorio, conosciuto anche come “la legge penale di Jante”:

  1. Du tror måske ikke at jeg ved noget om dig? – Non crederai che non sappiamo qualcosa su di te?

Nel libro, coloro che trasgrediscono questa ‘legge’ non scritta sono guardati con sospetto e con una certa ostilità, in quanto tale comportamento va contro il desiderio comune della piccola città di preservare l’armonia, la stabilità, la coesione sociale e l’uniformità.

Uso attuale della legge di Jante

La legge di Jante è oggi uno stereotipo comune nelle culture nordiche. Va detto che essa è stata scritta facendo riferimento a una società di inizio Novecento, diversa dalle società nordiche come si sono manifestate ed evolute a partire dalla seconda metà del XX secolo. Tenuto conto di questo, la legge si potrebbe comunque applicare alle società fondate sui principi dell’equità, stabilità e uniformità, ovvero che escludono a priori un pluralismo e una libertà.[3]

Sandemose scrisse della classe operaia nella città di Jante e di un gruppo di persone all’interno della stessa posizione sociale. In seguito, la legge di Jante ha assunto un significato più esteso, venendo riferita a chi vuole uscire dal proprio gruppo sociale e raggiungere una posizione più elevata nella società in generale.[4]

Inoltre, situazioni simili sono riscontrabili un po’ in tutte le società chiuse, in cui un forte sentimento di appartenenza si coniuga con un forte rifiuto delle influenze del mondo esterno.[4]

Lo scrittore Paulo Coelho, durante un’intervista, afferma la sua sorpresa nello scoprire che questi postulati, di cui era all’oscuro, sono conosciuti in tutta la Scandinavia.[5] Lo scrittore, tuttavia, riconosce, con tristezza, che la regola è conosciuta in molte parti del mondo, pur senza che vi sia consapevolezza di questa comune verità.[5]

Lo scrittore la riassume così:

« La Legge di Jante focalizza, nel suo contesto, il sentimento di gelosia e invidia che a volte dà tanto alla testa »
(Paulo Coelho)

http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_di_Jante