Colonialismo corporativo

L’Oltremare rappresentava infatti il laboratorio in cui l’esperimento sindacale e corporativo poteva trovare «le vere ed organiche condizioni e possibilità del suo pieno svolgimento fino ai limiti estremi», poiché «distrutto il vecchio sistema feudale» africano rimaneva «un terreno vergine», quindi «nessun limite e nessuna resistenza di forme di diritti e di organizzazioni preesistenti» [3]. L’impero fascista trovava perciò ulteriore legittimazione ideologica come «spazio sociale vuoto» – la definizione è sempre di Panunzio – in cui dare vita al più compiuto sistema corporativo della storia.

Il presente saggio prende in esame l’esperienza storica scaturita attorno a questo mito, seguendo l’evoluzione del dibattito nell’Italia degli anni Trenta e verificando l’attuazione di un indirizzo corporativo nei possedimenti coloniali, nel tentativo di valutare se e quanto il paradigma del “colonialismo corporativo” incise sull’imperialismo fascista. Si andrà così a riscoprire un tema rimasto finora in ombra in ambito storiografico, se si escludono un paio di eccezioni che tuttavia adottano prospettive analitiche almeno in parte differenti da quella qui privilegiata. Le eccezioni sono rappresentate dai contributi di Gian Luca Podestà [2004, 261-287], da un lato, e di Jens Steffek e Francesca Antonini [2015] dall’altro. Nel primo caso, in un ampio lavoro sulle politiche economiche nelle colonie italiane dell’Africa orientale, Podestà ha inserito un capitolo sulla legislazione fascista di fine anni Trenta, accreditandola appunto come “colonialismo corporativo”, ma di fatto facendo pochi riferimenti allo svolgimento del relativo dibattito ideologico, che invece – come si vedrà – attraversò l’intero decennio [4]. Nel secondo caso, Steffek e Antonini hanno affrontato il tema focalizzandosi principalmente sulle implicazioni geopolitiche insite nel discorso del “colonialismo corporativo”, ovvero soffermandosi sull’ambigua concezione fascista di un ordine internazionale basato sulla cooperazione tra Europa e Africa, ma lasciando in secondo piano le questioni inerenti l’organizzazione sindacale, la legislazione corporativa, le politiche del lavoro nelle colonie.

Nel presente contributo, si mira invece a rileggere l’ipotetica connessione tra politica coloniale e politica corporativa come tentativo di promuovere un originale modello di imperialismo, in grado di connotare il fascismo come fenomeno dotato di una propria idea di “civilizzazione” o di “modernizzazione” delle terre africane colonizzate.

Matteo Pasetti, Un “colonialismo corporativo”? L’imperialismo fascista tra progetti e realtà, “Storicamente”, 12 (2016), no. 38. DOI: 10.12977/stor655