Fiume

Gigante, che aderì al fascismo, fu sempre controcorrente e sposò un’ebrea. Il senatore decise di rimanere a Fiume a guerra finita sostenendo «di non aver mai compiuto alcun crimine». Appena arrivati, gli sgherri dell’Ozna andarono a prenderlo a casa come «nemico del popolo». Testimoni lo videro sfilare in una colonna di prigionieri in via Trieste, ma poi sparì nel nulla. L’Ozna lo consegnò ai reparti Knoj, il Corpo di difesa popolare della Jugoslavia, che avevano il compito di eliminare i prigionieri. Castua era un importante comando partigiano. Il senatore, assieme a carabinieri e finanzieri italiani venne portato davanti a una chiesa in costruzione. «Li fucilarono senza processo – spiega Micich – e poi vennero finiti con le baionette». I corpi furono sepolti vicino al sentiero che porta al bosco della Loza. Per 73 anni la fossa comune è rimasta un tabù.

Nel 1992, alla fine della Jugoslavia comunista, Amleto Ballarini, allora presidente della Società di Studi fiumani, comincia le ricerche. Assieme a Gigante fu trucidato il finanziere Vito Butti sposato a una croata. La cognata, che era staffetta partigiana, convinse i titini a buttare il corpo nella fossa per ultimo. Così venne recuperato la notte dell’esecuzione. Le figlie di Butti confermano la storia a Ballarini e un prete croato, don Franjo Jurcevic, riceve le confidenze di alcuni fedeli, che sanno dov’è la fossa. Si muove la Federazione nazionale degli esuli per fare pressione sul governo italiano affinché intervenga sui croati, ma ci vogliono anni per convincere Roma e trovare collaborazione a Zagabria.

Il 7 luglio vengono finalmente ritrovati i resti mortali di un senatore italiano trucidato dai titini e ancora disperso. Vittima di un crimine di guerra volutamente dimenticato per decenni.

*Da Il Giornale

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