Fertilità

C’è dunque molta attesa nella comunità scientifica per conoscere i dettagli di questo nuovo lavoro del gruppo del professor Foresta. Lo studio sarà presentato all’interno del trentaquattresimo convegno di Medicina della Riproduzione che inizia oggi ad Abano Terme e si concluderà sabato 2 marzo. In particolare, la scoperta sarà oggetto della tavola rotonda “Interferenze ambientali sullo sviluppo del sistema endocrino-riproduttivo: evidenze cliniche e sperimentali” che si terrà alle ore 15.30 di venerdì 1 marzo al centro congressi Pietro D’Abano. Tra i relatori, oltre al professor Foresta, anche il professor Carlo Alberto Redi di Pavia, noto accademico dei Lincei.

PFAS, LA SCHEDA

I composti perfluorurati (Pfas) sono sostanze chimiche di sintesi che vengono utilizzate per rendere resistenti ai grassi e all’acqua tessuti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti, ma anche per la produzione di pellicole fotografiche, schiume antincendio, detergenti per la casa; possono essere presenti in pitture e vernici, farmaci e presidi medici. I Pfas sono ritenuti contaminanti emergenti dell’ecosistema data la loro elevata resistenza termica e chimica, che ne impedisce qualsiasi forma di eliminazione favorendone l’accumulo negli organismi. In alcune regioni del mondo (Mid-Ohio valley negli USA, Dordrecht in Olanda, e Shandong in Cina) ed in particolare in alcune zone della Regione Veneto, soprattutto nelle falde acquifere delle Province di Vicenza, Padova e Verona, è stato rilevato un importante inquinamento da Pfas nel territorio.

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Veleni e vaccini

Il Pfas, composto chimico originato dalla fusione di solfuro di carbonio e acido floridico creato nel 1938, viene usato industrialmente per impermeabilizzare di tutto, dai giacconi agli smartphone, alle padelle, alla carta da pizza, agli sci e le aziende che lo utilizzano sono concentrate nelle regioni summenzionate dove gli scarichi degli impianti chimici vengono riversati nei fiumi ed entarno così nel circolo alimentare.
Dai primi risultati che emergono dai controlli clinici iniziati a gennaio su ragazzi e ragazze di 14 anni residenti nel triangolo dei veleni veneto le concentrazioni di Pfas e Pfoa variano da 70 fino a 300 nanogrammi per grammo e sarebbero senza dubbio preoccupanti, se gli organismi preposti alla tutela della salute avessero dedicato la loro attenzione all’argomento e si fossero premurati di fissare delle soglie limite per questo genere di veleni.
Il governo invece, impegnato nella vaccinazione di massa senza dubbio più redditizia, non solo non si è preoccupato di affrontare i risvolti medici del problema, ma non ha neppure ancora ritenuto necessario mettere a bilancio gli 80 milioni necessari per i primi interventi strutturali sulle reti idriche.
La Regione Veneto, assalita con tempismo quando ventilò di prorogare l’inamissibilità a scuola dei bimbi non vaccinati, ma ignorata bellamente qualora si tratti di affrontare problemi concreti, sta pensando (come ventilato dal governatore Zaia) di emanare in proprio una legge che fissi i limiti nella concentrazione degli inquinanti, dal momento che lunedì scorso il Ministero della Salute (nonostante l’invito a provvedere da parte del ministero dell’Ambiente) ha respinto la proposta di realizzare una direttiva nazionale e un conseguente monitoraggio in tutto il Paese, sostenendo che il problema Pfas sarebbe concentrato solo nelle quattro province di Vicenza, Rovigo, Venezia e Padova, mentre in realtà non è affatto così.
Insomma quando non c’è un vaccino da testare o una multinazionale farmaceutica da compiacere, la salute degli italiani diventa un fattore trascurabile, soprattutto qualora ci siano in gioco gli interessi di altre multinazionali, come la ICIG che ha sede in Lussemburgo e distribuisce veleni in Italia, insabbiandone le conseguenze, con l’aiuto di un governo compiacente.
Marco Cedolin

Chi inquina viene pagato

Chi inquina viene pagato

Il tocco finale è nel comma 6 in cui si prevede addirittura un vero e proprio condono tombale, co-finanziato dagli italiani, per gli inquinatori poiché l’attuazione dell’accordo di programma “esclude per tali soggetti ogni altro obbligo di bonifica e riparazione ambientale e fa venir meno l’onere reale per tutti i fatti antecedenti all’accordo medesimo”. 

Ne consegue che il proprietario dell’area inquinata potrebbe vedersi pagare dallo Stato non solo integralmente gli oneri delle bonifiche ma addirittura gli investimenti per i nuovi impianti che saranno realizzati nei siti inquinati e che saranno automaticamente dichiarati di pubblica utilità (quindi anche inceneritori o una raffinerie!).

Angelo Consoli