La guerra alla Jugoslavia

Operazione a ferro di cavallo
Solo dieci anni dopo l’europarlamentare Nadezhda Nejnskij (Mihaylova), ministra degli Esteri bulgara nel 1999, chiarì che i servizi segreti bulgari avevano avvertito i tedeschi che le informazioni contenute nel “piano” non erano state pienamente confermate. Ma la NATO era presente in Kosovo molto prima della primavera 1999. Il 15 ottobre 1998 fu firmato un cessate il fuoco facilitato dalla NATO nella regione, in base al quale le truppe jugoslave tornavano nei punti di schieramento permanente. Il monitoraggio del cessate il fuoco fu affidato alla NATO. Coll’operazione Eagle Eye, diplomatici ed esperti militari della NATO erano presenti in Kosovo per osservare la situazione. Pertanto, la NATO era ben consapevole di tutte le posizioni dell’esercito jugoslavo in Kosovo e Metohija e non aveva bisogno delle “informazioni non confermate” dei servizi segreti bulgari. Verso la fine del 1998, l’Esercito di liberazione del Kosovo (KLA), un gruppo terrorista albanese del Kosovo, era sull’orlo della sconfitta, ma gli albanesi si sentirono protetti dalla NATO e continuarono a combattere. Il cessate il fuoco finì e i terroristi albanesi attaccarono la polizia e villaggi serbi. All’inizio del 1999, l’UCK aumentò le attività terroristiche e la situazione nella regione divenne estremamente difficile. L’esercito jugoslavo fu costretto a riprendere le operazioni antiterrorismo sapendo benissimo che la NATO non ne sarebbe stata felice. Nel gennaio 1999, si svolse una battaglia nel villaggio di Ra?ak, che l’UCK aveva trasformato in un roccaforte con trincee, bunker e nidi di mitragliatrici. Il numero esatto di albanesi uccisi a Ra?ak non è ancora chiaro. L’UCK e i suoi sostenitori di Washington dissero che ci furono vittime tra la popolazione locale. Tuttavia, l’esame forense mostrò che tutti i morti avevano tracce di polvere da sparo sulle mani, e lo stato degli abiti civili che indossavano non era coerente con le ferite ricevute. Dopo aver parlato coi capi del KLA, tuttavia, il diplomatico nordamericano William Walker e il suo consigliere militare, il generale inglese John Drewienkiewicz, insistettero sul fatto che i soldati serbi avevano massacrato donne e bambini a Ra?ak. Anche il Tribunale dell’Aja fu successivamente costretto ad escludere “l’incidente di Ra?ak” dalle accuse a Slobodan Miloševi? a causa della mancanza di prove. Nel 1999, tuttavia, Walker e Drewienkiewicz erano irremovibili.

Il 24 marzo 1999, il segretario generale della NATO Javier Solana ordinò al comandante delle truppe NATO in Europa, generale USA Wesley Clark, d’assaltare la Jugoslavia. Quella sera, tutta la Jugoslavia, incluse le città chiave (Belgrado, Pristina, Podgorica, Novi Sad, Kragujevac e Pan?evo), fu sottoposta ad attacchi aerei. Durante la notte, la nave da guerra statunitense USS Gonzalez sparò 18 missili da crociera Tomahawk sulla città di Niš. Fin dall’inizio dell’aggressione della NATO contro la Jugoslavia, ci fu la chiara discrepanza tra obiettivi dichiarati e l’operazione. Inizialmente, la NATO aveva stimato che ci sarebbero voluti due o tre giorni per “porre fine al genocidio della popolazione albanese del Kosovo” attaccando le strutture militari jugoslave a sud del 44° parallelo. Se i leader del Paese continuavano a resistere, gli attacchi agli obiettivi a sud del 44° parallelo sarebbero aumentati per una settimana. Se Belgrado si rifiutava ancora di fare concessioni, allora l’intero Paese sarebbe preso di mira, compresa la capitale. In realtà, tuttavia, tutta la Jugoslavia, tra cui Belgrado, Novi Sad e Podgorica, fu attaccata poche ore dopo l’inizio dell’operazione. Invece degli originali due o tre giorni, gli attacchi aerei continuarono per due mesi e mezzo. Il piano escluse categoricamente un’operazione di terra. Un confronto diretto coll’esercito jugoslavo sul campo fu considerato inaccettabile, date le perdite previste e l’eventuale escalation del conflitto in una guerra prolungata a causa delle mentalità serbe e montenegrine e della resistenza di queste popolazioni all’aggressione estera.

Dopo la caduta del blocco sovietico, Washington e suoi alleati non avevano come opzione praticabile avere un Paese in Europa capace di perseguire politiche indipendenti e di difendere i propri interessi. La natura crudele, fredde e disumana dell’operazione aveva lo scopo di mostrare a tutti ciò che gli attende se fossero abbastanza coraggiosi da ostacolare la “democrazia occidentale”. I leader politici e militari della Jugoslavia e della Serbia furono tra i primi a sperimentare le tecniche di guerra ibrida e quelle che ora vengono comunemente definite “notizie false”.

Chi orchestrò la distruzione della Jugoslavia e come?

Anniversari

Così, il 23 marzo 1999, l’allora Segretario generale della NATO J. Solana, davanti ai mass media del mondo, decretava l’inizio della fine della “piccola” Jugoslavia e del popolo serbo in particolare… L’aggressione alla Repubblica Federale di Jugoslavia/ Serbia…era motivata dalla necessità di fermare una “pulizia etnica”, un “genocidio” e ripristinare i “diritti umani” nella provincia. Perché queste furono le tre basi fondanti su cui la cosiddetta Comunità Internazionale: cioè gli otto paesi più ricchi della Terra, cioè il loro braccio armato, la NATO (in quanto i governi dei 2/3 dell’umanità tra voti contrari e astensioni, erano contrari alla guerra) hanno decretato l’aggressione alla Jugoslavia il 24 Marzo 1999. La realtà sul campo è esattamente il contrario delle verità ufficiali raccontate dalla NATO, dall’UNMIK, dall’OSCE o dalla cosiddetta Comunità Internazionale. Dopo 19 anni dove sono la cosiddetta “pulizia etnica”, il “genocidio”, “le fosse comuni” con le decine di migliaia di albanesi kosovari dentro? Quando, secondo i documenti CIA, FBI, OSCE, Unmik, NATO….a tutt’oggi: sono stati ritrovati 2108 corpi di tutte le etnie; secondo l’UNCHR i primi profughi sono stati registrati il 27 marzo 1999, cioè 3 giorni dopo l’inizio dei bombardamenti; sono stati uccisi dal giugno ’99 in poi 3.000 serbi, rom, albanesi jugoslavisti, e di altre minoranze; sono stati rapiti 1300 serbi; oggi si sa (tramite le memorie della ex procuratrice del tribunale dell’Aja per la Yugoslavia, Carla Del Ponte) che loro sapevano dei 300 serbi rapiti dalle forze terroriste dell’UCK portati in Albania per estirpare loro gli organi ad uno ad uno. “Ora viviamo come in gabbia, prigionieri, ma gli stranieri dicono che siamo liberi…”. Jovan 10anni, enclave di Gorazdevac, Kosovo 24 marzo 2018 – Anniversario dell’aggressione della NATO alla Repubblica Federale Jugoslava Il 24 marzo, ricorrono 19 anni dall’inizio dell’aggressione NATO alla Repubblica Federale di Jugoslavia. Durante questa aggressione, che è durata 78 giorni, migliaia sono state le vittime, un gran numero sono state feriti e resi invalidi permanentemente. Durante l’aggressione NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia dal 24 marzo al 10 giugno 1999, l’aviazione della NATO ha effettuato numerosi attacchi, bombardando civili e obiettivi non militari. Molti bambini sono periti durante questi attacchi, e sono anche morti molti malati ricoverati negli ospedali, passanti, persone nelle strade, nei mercati, nelle colonne dei profughi. Sono stati distrutti ospedali, abitazioni, scuole, ponti, chiese, monasteri. Questi attacchi sono stati cinicamente definiti dagli ufficiali della NATO come danni collaterali, benché si trattasse di attacchi il cui obiettivo era di distruggere il morale della popolazione con l’intimidazione intenzionale come strumento.

https://www.controinformazione.info/24-marzo-1999-marzo-2018-noi-non-dimentichiamo/

Sono stati i russi

Torna alta la tensione nei territori della ex Jugoslavia a seguito dell’assassinio di Oliver Ivanovic, esponente di punta della minoranza serba in Kosovo.

L’influente think-tank statunitense Council on Foreign Relations (CFR) ha messo i Balcani nella sua lista di prevenzione dei conflitti nella sua recente inchiesta del 2018.
Tuttavia l’idea, promossa dal CFR, che gli Stati Uniti siano il Paese che può aiutare a preservare “pace e stabilità” deve essere messa alla prova – così come gli stessi Stati Uniti e gli alleati NATO più vicini che sono in verità responsabili di molti dei problemi che affliggono attualmente la regione.
Questi problemi derivano tutti dalla violenta rottura della Jugoslavia multietnica degli anni ’90, un processo che le potenze occidentali hanno sostenuto e addirittura incoraggiato attivamente. Ma questo non è menzionato nel documento di riferimento del CFR “Lo scioglimento degli accordi di pace nei Balcani” (Contingency Planning Memorandum n. 32).
Invece sono i Russi, udite, udite, ad essere considerati i cattivi – con “la destabilizzazione russa del Montenegro o della Macedonia” elencato come uno dei possibili scenari del 2018. La verità è, tuttavia, che tutti i possibili “punti di fiamma” identificati dal CFR, che potrebbero portare a conflitti, possono essere direttamente collegati non a Mosca ma alle conseguenze di precedenti interventi e campagne di destabilizzazione statunitensi o guidate dall’Occidente. Leggi il resto dell’articolo