Come se non bastasse, dopo 17 anni di occupazione ininterrotta sotto tutti i pretesti del mondo, oggi Trump rivendica spudoratamente il 50 percento delle entrate petrolifere dell’Iraq come compensazione per la sua occupazione militare.
Quale sia il vero motivo della presenza delle truppe USA in Iraq lo hanno ormai capito tutti, ben diverso che non il pretesto sbandierato della “lotta al terrorismo”.

Si calcola che le entrate petrolifere dell’Iraq, il secondo maggiore produttore dell’OPEC, hanno prodotto 112 miliardi di dollari nel 2019.
Oggi l’Iraq è sull’orlo del collasso sotto la minaccia delle sanzioni di Trump e del blocco dei suoi conti aperti dalla Banca centrale irachena presso la Federal Reserve Bank di New York, dove Baghdad mantiene le sue entrate petrolifere custodite che rappresentano il 90%. cento del suo bilancio nazionale – come ritorsione per l’obbligo del parlamento iracheno di espellere 5.200 truppe statunitensi.
Le sanzioni finanziarie e il sequestro dei depositi stranieri si stanno dimostrando come l’arma di Trump micidiale quanto le sue bombe nucleari.
D’altra parte le rivelazioni fatte dal premier iracheno uscente, Adil Abdul-Mahdi, espongono quale sia il progetto di Trump del Grande Medio Oriente e la sua doppia trappola per assassinare Soleimani.

Medio Oriente mappa

Gli esponenti neocon di Washington, nella loro strategia di contenimento della Cina, non hanno perdonato la visita del primo ministro iracheno Adil Abdul-Mahdi a Pechino dal 19 al 23 settembre 2019, dove il presidente cinese Xi ha offerto al premier iracheno grandi accordi di cooperazione che hanno per oggetto il petrolio iracheno e le offerte di enormi investimenti di infrastrutture nel paese arabo nell’ambito della Belton Road.
Nell’ambito del programma di sviluppo ” Oil for Reconstruction” , l’Iraq avrebbe esportato 100 mila barili al giorno in Cina, che a sua volta avrebbe preso a suo carico la ricostruzione del paese, collegato l’Iraq alla mitica Via della Seta verso l’Asia.
Non è un caso che, solo una settimana prima dell’omicidio di Soleimani, si erano sono svolte nel Golfo di Oman / Oceano Indiano le esercitazioni militari navali integrate di Russia, Cina e Iran .
Le azioni di Washington in Iraq, con l’omicidio del generale Soleimani, piuttosto che danneggiare l’Iran, stanno portando a un nuovo conflitto in Iraq con il tentativo degli USA di mettere sotto controllo Cina e Russia che non rimarranno inerti a guardare.

Mediterraneo

“Ve l’abbiamo detto”, in un altro caso in cui lo Stato Maggiore russo diceva al Cremlino che armare il capo turco Recep Tayyip Erdogan mette a rischio gli interessi strategici della Russia, la Turchia firmava un piano per estendere il controllo del fondale marino del Mediterraneo verso sud, fino alle coste libiche. La controparte turca, il governo di accordo nazionale (GNA) guidato da Fayaz al-Saraj, viene inoltre rifornito di armi, veicoli, droni e ordigni turchi. Ciò nonostante, il GNA non controlla granché delle coste e ancor meno l’entroterra della Libia. Contro il GNA, i militari russi, il Ministero degli Esteri e il Cremlino appoggiano la fazione libica rivale, l’Esercito nazionale libico guidato da Qalifa Haftar. Questa non è una novità. Oggi Haftar controlla più la Libia, comprese le coste, che al-Saraj. Il nuovo problema russo è che lo spiegamento turco del sistema missilistico S-400 può essere usato per far valere la nuova rivendicazione territoriale turca. Ciò minaccia direttamente Cipro, Grecia ed Egitto. I primi due volevano e firmavano accordi per diventare protettorati statunitensi; il terzo cerca la protezione di Stati Uniti e Russia, un gioco che i regimi di Cairo giocano senza successo dai tempi di Gamal Abdal Nasser. La ragione del fallimento strategico dell’Egitto è che era contro Israele, un nemico diverso dai turchi. Israele spara per primo; i turchi bluffano.

Il nuovo furto del sultano è il Mediterraneo

Petrolio

Tra gennaio e maggio, l’invio di petrolio russo negli Stati Uniti è quasi raddoppiat, a 17,43 milioni di barili, un record dall’agosto 2013. Anton Polatovich, analista di BKS Broker, affermava che nel complesso le quote del mercato energetico di Washington erano ben spiegate da fattori geopolitici. Pertanto, dopo le sanzioni al Venezuela, gli Stati Uniti persero l’opportunità di acquistare petrolio pesante in grandi quantità, rivolgendosi a Mosca per un aiuto nella gestione delle raffinerie, secondo l’esperto. A gennaio, Washington emise restrizioni contro la maggiore compagnia petrolifera venezuelana, PDVSA. In totale, gli statunitensi bloccavano 7 miliardi di beni dell’azienda e alla fine dell’anno il deficit della PDVSA dovrebbe raggiungere gli 11 miliardi. Da fine maggio, gli Stati Uniti interruppero completamente l’acquisto di petrolio da Caracas. “Alcune raffinerie statunitensi dedite al petrolio alto contenuto di zolfo venezuelano rimasero senza materie prime dopo le azioni del governo nordamericano. Al fine di compensare le perdite fu deciso di acquistare petrolio degli Urali dalle caratteristiche simili, portando ad un aumento delle importazioni di petrolio russo negli Stati Uniti”, affermava Evgenij Udilov, capo del Dipartimento di petrolio e gas dell’Istituto commerciale e d’investimento Feniks. Gli analisti spiegano la necessità di importazioni russe col fatto che il petrolio di scisto estratto negli Stati Uniti è leggero e non adatto alla produzione di certi tipi di combustibili e prodotti chimici. Secondo Dmitrij Inogorodskij, esperto del Centro finanziario internazionale, il petrolio pesante consente di ottenere olio combustibile, bitume e altre sostanze necessarie per asfalto, pneumatici o riscaldamento di locali industriali. Secondo Anton Pokatovich, gli Stati Uniti non possono avviare rapidamente una propria produzione di idrocarburi pesanti. Di conseguenza, le importazioni di petrolio russo negli Stati Uniti potrebbero aumentare ulteriormente nei prossimi anni.

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Il petrodollaro e l’impero

L’ascesa del fenomeno del petrodollaro dura finché i Paesi che hanno bisogno di petrolio, avranno bisogno del dollaro. Finché i Paesi chiedono dollari, gli Stati Uniti possono continuare a investire enormi quantità di debito per finanziare la loro rete di basi militari globali, salvare Wall Street, comprare missili nucleari e ridurre le tasse ai ricchi. Ma cosa succede se i Paesi escono dallo schema e cercano di liberarsi dal sistema del petrodollaro? L’esempio più notevole è l’Iraq, che iniziò a vendere petrolio per euro invece che dollari, che l’Iraq chiamò valuta di uno “stato nemico” nel 2000. Questa era una mossa logica per l’Iraq in quanto il Paese era sotto un brutale regime di sanzioni ONU, che causò la morte di 500000 bambini iracheni di malnutrizione, un prezzo accettabile per l’ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Madeleine Albright. L’Iraq sapeva che gli Stati Uniti potevano usare il loro controllo sui mercati finanziari internazionali per punire ulteriormente un Paese dipendente dal dollaro. L’uscita dal dollaro fu solo un’altra ragione per cui l’Iraq è finito nel cosiddetto “Asse del Male” di George Bush. Solo poche settimane prima dell’invasione dell’Iraq, Sadam Husayn si vantò del fatto che il conto petrolifero in euro dell’Iraq guadagnava un tasso di interesse più alto che non in dollari. Gli Stati Uniti trasformarono prontamente l’Iraq in un inferno in Terra, rovesciarono il governo di Sadam, lasciandosi alle spalle oltre un milione di iracheni morti. L’approvvigionamento petrolifero iracheno era tornato sotto il controllo societario degli Stati Uniti e, per estensione, sotto il controllo dell’egemonia mondiale del dollaro. Anche la Libia aveva piani per indebolire la presa del dollaro sul commercio mondiale del petrolio. Un’e-mail del consigliere e alleato di Hillary Clinton Sidney Blumenthal, cancellata dal sito web del dipartimento di Stato, rivelava che l’intelligence francese aveva scoperto le vaste riserve d’oro e argento della Libia e temeva che sarebbero state utilizzate per sostenere una valuta panafricana, il Dinar, rivaleggiando con franco, euro e dollaro. L’e-mail descriveva casualmente le motivazioni della Francia per intervenire, il petrolio, ovviamente, in cima alla lista: “Il desiderio di ottenere una quota maggiore della produzione petrolifera della Libia
Aumentare l’influenza francese in Nord Africa
Migliorare la situazione politica interna in Francia
Fornire alle forze armate francesi l’opportunità di riaffermare la propria posizione nel mondo
Affrontare la preoccupazione dei consiglieri sui piani a lungo termine di Gheddafi di soppiantare la Francia come potenza dominante nell’Africa francofona”
Mentre gli sforzi iniziali per distruggere la Libia furono guidati da Francia e Gran Bretagna, alcuno di tali obiettivi era in alcun modo discutibile o contrario agli obiettivi della politica estera degli Stati Uniti e all’interesse di mantenere il sistema del petrodollaro, motivo per cui gli Stati Uniti rapidamente guidarono la campagna di assassinio. Nonostante le proteste di massa pro-governative di oltre un milione di persone contro l’intervento della NATO, ignorate dai media corporativi, nei mesi successivi il leader libico Muammar Gheddafi fu linciato dai ribelli armati dalla NATO nelle strade di Tripoli. Parte del motivo per cui gli Stati Uniti continuano a mantenere una presenza militare così pesante in Bahrayn, Iraq, Quwayt, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Israele, Giordania, Yemen, Siria e così via è quella che le basi statunitensi in questi Paesi servono come trampolini per l’invasione contro il prossimo Paese petrolifero che cerchi di sfidare l’ordine finanziario globale. Dove c’è petrolio, in un certo senso, gli Stati Uniti devono andare al fine di garantire che il sistema del petrodollario sia preservato. Il petrolio guida letteralmente la politica estera degli Stati Uniti. Tuttavia, sempre più persone vedono gli inganni finanziari nordamericani per ciò che sono e gli USA possono solo costringere il mondo a rispettarlo per così tanto tempo.

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Il petrolio del Golan

Nell’agosto del 2012, un documento del Pentagono classificato come “segreto”, poi successivamente desecretato sotto la pressione dell’Ong “Judicial Watch”, ha descritto con precisione la nascita di quello che è diventato in seguito l’Isis, sorto dallo Stato Islamico dell’Iraq, quindi affiliato ad Al-Qaeda.Il documento del Pentagono riportava che «c’è la possibilità di impiantare un’entità statale salafita nella Siria orientale (Hasaka e Der Zor), e questo è esattamente ciò che vogliono le potenze che sostengono l’opposizione ad Assad, al fine di isolare il regime siriano, considerato l’avamposto strategico dell’espansione sciita». Sul banco degli imputati, insieme agli Usa, anche il Qatar, la Turchia, l’Arabia Saudita. E, dietro le quinte, Israele. «La creazione di “un’entità salafita nella Siria orientale,” oggi territorio dell’Isis, era nell’agenda di Petraeus, del generale Allen e di altri al fine di distruggere Assad», prosegue Engdhal. «E’ questo che porta l’amministrazione Obama in stallo con la Russia, la Cina e l’Iran, riguardo alla bizzarra richiesta Usa di rimuovere Assad prima che venga distrutto l’Isis». Questo gioco, continua l’analista, è oggi alla luce del sole. «E mostra al mondo la doppiezza di Washington nell’appoggiare quelli che la Russia definisce correttamente “terroristi moderati” contro un Assad regolarmente eletto». E lo Stato ebraico? «Che Israele si trovi inoltre in mezzo alla tana di ratti delle forze di opposizione terroristiche in Siria è stato confermato nel recente rapporto dell’Onu. Ciò che il rapporto non menzionava era invece il perché Israele avesse un interesse così forte per la Siria, specialmente per le alture del Golan»Già: perché Israele vuole rimuovere Assad? I documenti Onu, di cui il mainstream continua a non parlare, mostrano come le forze armate israeliane abbiano tenuto contatti regolari con membri del cosiddetto Stato Islamico fin dal maggio 2013. L’Idf, l’esercito israeliano, ha dichiarato che simili contatti ci sono stati “solo per fornire cure mediche a civili”, ma l’inganno «è stato svelato quando gli osservatori dell’Undof hanno accertato contatti diretti tra forze dell’Idf e soldati dell’Isis, fornendo anche assistenza medica a combattenti dello Stato Islamico». Il rapporto delle Nazioni Unite identifica ciò che i siriani hanno definito un “crocevia di movimenti di truppe tra l’Idf e l’Isis”, argomento che l’Undof – 1.200 osservatori sul campo – ha portato davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. A partire dal 2013 e dall’escalation di attacchi israeliani contro la Siria lungo le Alture, ufficialmente per ricercare “terroristi di Hezbollah”, la stessa Undof è soggetta a massicci attacchi da parte dei terroristi dell’Isis e di Al-Nusra. Si registrano anche rapimenti, omicidi, furti di materiale e munizioni Onu, di veicoli e di altri beni, nonché il saccheggio e la distruzione delle varie strutture.Il Golan – ricco di giaciementi di petrolio – pare sia l’obiettivo a cui punta Netanyahu, che ha chiesto a Obama «di riconsiderare il fatto che Israele ha illegalmente occupato una parte delle alture», a partire dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 tra Israele e i paesi arabi. Il 9 novembre Nethanyahu ha chiesto a Obama, apparentemente senza successo, di appoggiare formalmente l’annessione israeliana delle Alture del Golan illegalmente occupate, sostenendo che l’assenza di un governo siriano funzionante “dà luogo a diverse valutazioni” riguardo al futuro di quell’area così strategicamente importante.

http://www.maurizioblondet.it/lonu-israele-collabora-lisis-vuole-petrolio-del-golan/

Venezuela sotto assedio

Ricorrendo a falsità come l’uso dei “collettivi” per sopprimere le dimostrazioni e le “torture” delle forze di sicurezza dello Stato venezuelano, il dipartimento di Stato propone di fare del 19 aprile il punto di svolta per inasprire l’assedio del Venezuela e ampliarne le sanzioni, rendendole più aggressive e dirette.
3. Il CFR (vedi nota) afferma che gli Stati Uniti dovrebbero collaborare con Colombia, Brasile, Guyana e Paesi dei Caraibi per prepararsi a un eventuale “aumento dei profughi”, convogliando risorse alle varie ONG e organizzazioni delle Nazioni Unite e dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti. Ma al di là di tale avvertimento d’intervenire in Venezuela, esiste una vera operazione politica: l’ONG finanziata dallo stesso dipartimento di Stato Human Rights Watch (HRW) pubblicava il 18 aprile 2017 una relazione su come la “Crisi umanitaria” si diffonda in Brasile. Sulla base di testimonianze specifiche e ingigantendo i dati sull’immigrazione, HRW ha avuto l’opportunità d’invitare i governi della regione (in particolare il Brasile) a fare pressione sul governo venezuelano, come richiesto dalla strategia proposta dal CFR. Luis Florido, capo di Voluntad popular, attualmente viaggia in Brasile e Colombia per tentare di riattivare l’assedio diplomatico contro il Venezuela dai Paesi confinanti. Il think tank statunitense chiede inoltre che questi Paesi, sotto la guida di Stati Uniti e Fondo Monetario Internazionale (FMI) organizzino un piano di tutela finanziaria per il Venezuela, che eviti investimenti russi e cinesi nelle aree strategiche del Paese. Nei giorni scorsi Julio Borges usò la carica parlamentare e di portavoce politico per diffondere il falso messaggio che propaga la storia della “crisi umanitaria” in Venezuela. È la stessa strategia del CFR che sostiene che il dipartimento di Stato degli Stati Uniti dovrebbe coinvolgersi ulteriormente negli affari interni del Venezuela, con l’attuale direzione di Rex Tillerson legato alla società petrolifera Exxon Mobil (era il direttore generale dal 2007 fin quando assunse questa posizione pubblica), un finanziatore del CFR.

Dove i capi dell’opposizione entrano in gioco
Le azioni in corso, svelando l’urgenza geopolitica nella strategia del colpo di Stato contro il Venezuela (affiancata dalle ultime affermazioni dell’ammiraglio Kurt Tidd del comando meridionale degli Stati Uniti sul bisogno di scacciare Cina e Russia quali alleati dell’America latina), riflette anche come abbiano delegato la creazione di violenze, caos programmato e procedure diplomatiche (nel migliore dei casi con l’uso esclusivo di Luis Florido) ai loro intermediari in Venezuela, in particolare i capi dei partiti radicali anti-chavisti. Tali azioni degli Stati Uniti (e delle società che ne decidono la politica estera) hanno un obiettivo finale: l’intervento con mezzi militari e finanziari.

Come giustificare l’intervento
Le prove presentate dal Presidente Nicolas Maduro collegano i capi di Primero Justicia con il finanziamento del vandalismo contro le istituzioni pubbliche (il caso TSJ di Chacao). Ciò che al di là del caso specifico rivela la probabile promozione di criminali, irregolari e mercenari (alleati e politicamente diretti) per inasprire ed incoraggiare le violenze per legittimare la posizione del dipartimento di Stato. L’ingannevole MUD è un’ambasciata privata che lavora per i grandi interessi economici di tali poteri, fondamentali per la sua strategia di avanzata. Che tali strategie possano tenere il passo in questo momento globale dipenderà da ciò che i loro sostenitori faranno sul campo. Tenuto conto delle risorse della guerra finanziaria e politica attuata da tali poteri (blocco finanziario, assedio diplomatico internazionale, attacchi programmati ai pagamenti della PDVSA, ecc.) e le manovre del dipartimento di Stato, si generano le condizioni per la pressione, l’assedio e il finanziamento dei loro agenti in Venezuela per la tanta annunciata svolta che non arriva. Ed è necessario che arrivi per chi ha finanziato e progettato tale programma.

estratto da https://aurorasito.wordpress.com/2017/05/07/chi-ce-dietro-il-colpo-di-stato-contro-il-venezuela/

NOTA: Origine e attori chiave del CFR
Il Consiglio sulle Relazioni Estere, o CFR, è un think tank fondato nel 1921 con il denaro della Fondazione Rockefeller. Il suo obiettivo è creare un gruppo di esperti che formino la politica estera statunitense e le posizioni della leadership, come presidente e dipartimento di Stato, non agendo per proprie ragioni, ma piuttosto secondo gli interessi di tali lobbisti.

Affari esteri

Secondo la rivista specializzata inglese “Janes”, il 3 novembre 2015 81 container con fucili d’assalto AK-47, mitragliatrici PKM, mitragliatrici pesanti DShK, lanciarazzi RPG-7 e sistemi missilistici anticarro 9K111M Faktorija, con missili a testata in tandem per perforare le blindature reattive (ERA) dei carri armati, partivano dal porto di Costanza, in Romania, per quello di Aqaba, su ordine del Military Sealift Command dell’US Navy, con scalo ad Agalar, in Turchia, dove vi è un molo militare. Il 4 aprile 2016, un’altra nave con oltre 2000 tonnellate di armi e munizioni salpava a fine marzo, sempre per Aqaba.
In tale quadro regionale, mentre l’Italia ritira l’ambasciatore da Cairo, nell’ambito dello scontro sulla morte dell’operativo dell’intelligence anglo-statunitense Giulio Regeni, il presidente francese Francois Hollande si prepara a recarsi a Cairo, per firmare diversi accordi tra Egitto e Francia per l’acquisizione di materiale per la Difesa pari a un miliardo di euro. Gli accordi riguardano la vendita di 3 corvette Gowind della DCNS e di un sistema di comunicazione satellitare militare del consorzio tra Airbus e Thales Alenia Space di Finmeccanica, dal valore di 600 milioni di euro. Nel 2015, l’Egitto aveva acquistato 24 aerei da combattimento Rafale, una fregata e le 2 portaelicotteri Mistral in precedenza destinate alla Russia e che saranno dotate di equipaggiamenti ed armamenti russi. Inoltre, la Russia fornirà all’Egitto 12 elicotteri equipaggiati con il sistema di difesa (ODS) President-S, progettato per proteggere gli aeromobili dai missili dei sistemi di difesa aerea o dall’artiglieria antiaerea, rilevando e monitorando i missili, che poi disturba con raggi laser o disturbandone le frequenze radio.

Intanto…

il 6 aprile la British Petroleum (BP) (sì, esatto, la compagnia petrolifera pubblica del Regno Unito, il Paese per conto del quale operava Giulio Regeni), firmava vari accordi con il Ministero del Petrolio dell’Egitto e l’Egyptian Natural Gas Holding Company (EGAS) per sviluppare il nuovo giacimento di gas “Atoll”, scoperto a marzo nella concessione offshore Nord Damietta, nell’est del Delta del Nilo. Gli investimenti previsti sono pari a 3 miliardi di euro per il giacimento che racchiuderebbe 1,5 miliardi di metri cubi di gas e 31 milioni di barili di condensati. La produzione dovrebbe iniziare nel 2018.

estratto da https://aurorasito.wordpress.com/2016/04/09/roma-travolta-dalle-dinamiche-mediterranee/

La tisi dell’economia liberista

estratto da https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/09/16/la-tisi-delleconomia-liberista/

Non è andata così: la domanda aggregata non può significativamente risalire perché non sale la redistribuzione del reddito, le retribuzioni sono al palo e spesso assolutamente precarie e così nessuno si sente di investire sul futuro. Perciò dappertutto il petrolio a pochi dollari è servito solo a far utilizzare più l’auto sulle due sponde dell’atlantico o a sostituire la propria vettura (23,5 milioni di auto vendute in Cina) anche grazie alla diminuzione reale dei listini (simulata come offerta) e a nuovi modelli che promettono consumi inferiori. Ma quello che è finito nel serbatoio o dal concessionario è sottratto ad altri consumi, perché ormai la tanto agognata flessibilità ha creato un mercato rigido e stagnante, la cui dinamica è semmai in discesa.

La situazione è tale che sono scomparse dai radar le lobby petrolifere che facevano balenare il nuovo eden dello scisto a Polonia, Ucraina, Francia e Germania. Anzi a dirla tutta c’è un solo Paese al mondo che nel bel mezzo di questo attacco di tisi economica ed energetica, aggravata dal prossimo arrivo sul mercato del brent iraniano, si è deciso a devastare le proprie coste e il proprio fragile ambiente per succhiare riserve assolutamente marginali e dunque anche di scarso interesse dal punto di vista dei profitti e degli investimenti. Con  in più il pericolo concreto che questi emungimenti, come è già accaduto in passato aumentino i fenomeni di subsidenza dei litorali, costringendo nel migliore dei casi, a danni enormi in cambio di qualche barile che ormai sul mercato internazionale ti tirano dietro. Questo strano Paese è l’Italia i cui governi agiscono evidentemente dentro una logica tutta propria: la macchina che devono alimentare è quella della clientela sulla quale galleggia una classe dirigente fra le più avide e mediocri dell’intero pianeta.(corsivo nostro)

Nota: inutile sottolineare che in Italia il ribasso del prezzo del petrolio è finito tutto in tasse e non nelle tasche del consumatore.

 

Russia, dollaro, petrolio

La Russia è una potenza in ascesa, alleatasi apertamente con la Cina, con la quale ha stipulato grandi accordi commerciali bilaterali tendenti a superare l’uso del dollaro nelle transazioni; basta citare lo storico accordo per la fornitura di gas alla Cina (4). Inoltre, è del primo dicembre scorso l’altro storico accordo con la Turchia per l’estensione del Blue Stream, l’oleodotto che trasporterà gas dalla Russia alla Turchia, passando per il Mar Nero; dalla Turchia il gas arriverà ai paesi dell’Europa meridionale (Grecia ed Italia), all’Austria ed ai paesi dei Balcani. A questo oleodotto che porta il gas russo all’Europa, si unirà un ramo che porterà anche il gas dell’Iran e dell’Azerbaigian. I paesi dell’Europa che lo desiderano hanno totalmente assicurato l’approvvigionamento gassifero. Tutto ciò rappresenta una minaccia per la potenza USA, perchè tale gas non sarà certo fornito utilizzando il dollaro come strumento di pagamento.
Questi accordi commerciali in cui si elimina l’utilizzo del dollaro, si stanno diffondendo grazie alla Russia (ed alla Cina) anche ad altri stati,  come Malesia, Nuova Zelanda e vari paesi dell’America Latina.

Un eventuale abbandono del dollaro come moneta di riserva internazionale avrebbe conseguenze catastrofiche sull’economia statunitense, anzi minerebbe l’esistenza stessa dell’Unione, per cui gli USA sono impegnati a fermare con ogni mezzo (sanzioni, ritorsioni, guerra economica, fino ad arrivare a bombardamenti ed invasioni) tutti coloro che cercano di superare l’uso del dollaro (5). E’ questa la política che stanno portando avanti anche contro la Russia.

estratto da http://apocalisselaica.net/la-russia-verso-labbandono-del-dollaro-aumenta-le-riserve-in-oro-e-si-libera-dei-bond-usa/