Norimberga 2

Daniele GhirarduzziCome Davide contro Golia

una misura palesemente fascista. Non si può obbligare nessuno a sottoporsi a sperimentazione sanitaria, poiché questa è. Lo dice il codice di Norimberga stilato dopo le abominevoli atrocità commesse dai nazisti. Adesso voglio proprio vedere se lo Stato si assume OGNI RESPONSABILITA’ in ordine sia all’efficacia del vaccino, poiché non può obbligare ad assumere farmaci inutili, sia, e specialmente, sugli eventuali eventi avversi. L’Unione Europea ha infatti esentato dalle proprie responsabilità le case farmaceutiche per cui tutto ricadrà sullo Stato italiano e quindi i danni eventuali causati da questa follia che richiama i tempi bui del nazismo la pagheremo noi con le nostre tasse. Siamo completamente fuori di senno!!!

NOTA : non metterei l’accento sulle tasse, ma sulle vite; come è successo col protocollo OMS ” vigile attesa e tachipirina” 😦

Lettera di un presidente che non c’è

“LA SITUAZIONE È GRAVE MA NON È SERIA”
Lettera di un Presidente della Repubblica che ancora non c’è…

Cari italiani di sesso maschile, cari italiani di sesso femminile, cari italiani di sesso, vi chiedo scusa a nome della classe politica che rappresento, perché vi abbiamo mentito.

Avremmo dovuto dirvi subito che la situazione era grave ma non seria, che non ci trovavamo di fronte a una banale influenza ma neanche di fronte alla peste, che avremmo certamente affrontato mesi difficili ma che li avremmo superati.

Avremmo dovuto dirvi che l’epidemia ci sarebbe stata, che sarebbe stato impossibile bloccarla e complicato contenerla, che in molti vi sareste ammalati ma che quasi tutti sareste certamente guariti, e che le persone più esposte sarebbero state le stesse a cui, ogni anno, somministriamo gratuitamente il vaccino antinfluenzale.

Ma avremmo anche dovuto dirvi che siamo stati stupidi e criminali, perché i tagli che abbiamo operato in questi anni alla spesa pubblica per adempiere ad assurde regole contabili sovranazionali, volute dai grossi gruppi imprenditoriali che ci finanziano le campagne elettorali per sottrarre allo Stato la “cura” della vostra salute e molte altre immense fonti di profitto, hanno messo in ginocchio il Servizio Sanitario Nazionale.

Avremmo dovuto quindi ammettere che, per nostra irresponsabilità, abbiamo chiuso ospedali e ci troviamo senza un numero adeguato di strutture per curarvi, abbiamo abdicato al compito supremo dello Stato di fornire servizi essenziali e creare lavoro, e ci troviamo adesso senza il personale necessario a fronteggiare adeguatamente la situazione.

Avremmo dovuto inoltre, e probabilmente dovremmo, fermare il Paese per tutto il tempo necessario, esonerandovi da tutti i vostri oneri, fiscali e non, e provvedendo a fornirvi tutto ciò di cui avete bisogno, ma anche ad indennizzarvi adeguatamente per consentire al Paese di ripartire.

Quest’ultima cosa però non potevamo proprio farla, non possiamo farla, perché non ci è consentito.
Abbiamo (avete) barattato un “sogno” con uno Stato sovrano, per cui ora, anche per fronteggiare l’emergenza, dobbiamo chiedere il permesso all’Europa e ai Mercati… e all’Europa e ai Mercati, si sa, di voi non frega proprio un cazzo!

FSI Editoriale quotidiano del giorno 09/03/2020

Lorenzo D’Onofrio

FSI- Riconquistare l’Italia

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I vaccini in Giappone

La gente del Giappone mette la salute dei bambini prima dei grandi profitti farmaceutici e prende anche una posizione protettiva nei confronti di altri vaccini. Il vaccino antinfluenzale è stato anche oggetto di controversie in Giappone dopo 100 morti avvenuti dal vaccino entro la fine del 2009.

Anche il vaccino per HPV non è sicuro

Il ministero della salute giapponese è stato criticato per la sua posizione cauta contro i vaccini, ma finora i funzionari governativi hanno saggiamente difeso la loro posizione, citando la sicurezza pubblica come la preoccupazione principale. Infine, il governo giapponese ha preso una posizione protettiva contro i vaccini per conto delle sue giovani ragazze, sospendendo il vaccino contro il papilloma virus umano (HPV) nel 2013 dopo numerosi casi di eventi avversi gravi, con una relazione che riportava ben 1.968 eventi avversi eventi, 358 dei quali sono stati classificati come gravi. I funzionari giapponesi erano preoccupati per il benessere dei loro giovani cittadini, nonostante avesse investito $ 187 milioni nel programma.

Anche in Italia vi sono stati numerosi casi di problematiche legate alla somministrazione di vaccino contro HPV, ma il SSN continua a promuoverne la diffusione.

I pagamenti di danni a solo una minima parte delle vittime che hanno subito reazioni avverse al vaccino HPV hanno raggiunto 6 milioni di dollari. Inoltre, dal 2011, almeno 38 bambini sono morti dopo essere stati vaccinati contro l’Haemophilus influenza B e la polmonite da Streptococcus, secondo i dati raccolti dal ministero della salute in Giappone.

I funzionari e gli specialisti giapponesi parlano chiaro: i vaccini in Giappone non devono essere obbligatori

Il Giappone è stato criticato per essere una voce fuori dal coro quando di parla di vaccinazione pubblica. I sostenitori dei vaccini sostengono che il Giappone non ha tenuto il passo con gli altri paesi sviluppati riguardo all’uso dei vaccini. Nonostante abbia elencato 110 malattie infettive in un registro governativo, il Giappone offre vaccini solo per 22 di questi. Alcuni esperti di salute giapponesi non sono d’accordo, tuttavia.

Hiroko Mori, un ricercatore di vaccini, è uno di quegli esperti. Era l’ex capo della divisione malattie infettive presso l’Istituto Nazionale della Sanità del Giappone. Ha notato che il Giappone ha uno dei tassi di mortalità infantile più bassi al mondo e ha sostenuto un minor numero di vaccini, affermando che le eccellenti misure igieniche, formative e nutrizionali del paese hanno incrementato la salute dei bambini:

La medicina dovrebbe riguardare la guarigione, ma ai bambini che non possono parlare vengono dati colpi inutili perché i genitori sono spaventati. I bambini stanno perdendo la loro capacità di guarire naturalmente. “Ci sono così tante persone che hanno subito effetti collaterali. Tutto ciò che chiediamo è stabilire il diritto di dire “no”. Il diritto di scegliere dovrebbe essere riconosciuto come un diritto umano fondamentale “.

leggi tutto su  https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=60972

 

Siamo al giro di boa

Roma, 9 luglio 2014 – Frena la spesa privata per sanità e assistenza: welfare familiare in crisi. Nell’ultimo anno la spesa sanitaria privata ha registrato un -5,7%, il valore pro-capite si è ridotto da 491 a 458 euro all’anno, le famiglie italiane hanno dovuto rinunciare complessivamente a 6,9 milioni di prestazioni mediche private e per la prima volta è diminuito anche il numero delle badanti che lavorano nelle case degli anziani bisognosi: 4mila in meno. Sono i segnali di una inversione di tendenza rispetto a un fenomeno consolidato nel lungo periodo per cui le risorse familiari hanno compensato una offerta del welfare pubblico che si restringeva. Oggi anche il welfare privato familiare comincia a mostrare segni di cedimento. Tra il 2007 e il 2013 la spesa sanitaria pubblica è rimasta praticamente invariata (+0,6% in termini reali) a causa della stretta sui conti pubblici. È aumentata, al contrario, la spesa di tasca propria delle famiglie (out of pocket): +9,2% tra il 2007 e il 2012, per poi ridursi però del 5,7% nel 2013 a 26,9 miliardi di euro. E anche il numero dei collaboratori domestici per attività di cura e assistenza (963mila persone) ha registrato una flessione nell’ultimo anno (-0,4% nel 2013), dopo un periodo di crescita costante (+4,2% tra il 2012 e il 2013). È quanto emerge dal Rapporto «Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali» di Censis e Unipol.

La domanda crescente di cura e di assistenza. Il Censis stima che 4,1 milioni di persone in Italia sono attualmente portatrici di disabilità (il 6,7% della popolazione), nel 2020 diventeranno 4,8 milioni, per arrivare a 6,7 milioni nel 2040. La spesa totale per le disabilità ha registrato un forte incremento, superiore al 20% in termini reali tra il 2003 e il 2011, passando da 21,2 miliardi di euro a quasi 26 miliardi. Cresce anche la domanda di assistenza per la popolazione anziana non autosufficiente (long term care). In Italia gli anziani che usufruiscono di assistenza domiciliare integrata sono passati da poco più di 200mila nei primi anni 2000 a oltre 532mila nel 2012, cioè dal 2,1% della popolazione anziana (persone con 65 anni e oltre) al 4,3%. La spesa complessiva per gli anziani serviti dalla long term care è pari attualmente all’1,7% del Pil, ma nel 2050 l’incidenza potrebbe arrivare al 4%, alla luce delle proiezioni demografiche.

Il welfare pubblico si è ristretto. L’allungamento dell’aspettativa di vita, il marcato invecchiamento della popolazione, le previsioni di incremento delle disabilità e del numero delle persone non autosufficienti prefigurano bisogni crescenti di protezione sociale. Negli anni a venire l’incremento della domanda di sanità e di assistenza proseguirà a ritmi serrati. Una domanda che l’offerta pubblica però non potrà soddisfare. C’è già oggi una domanda inevasa di cure e di assistenza a cui il sistema pubblico non riesce a fare fronte. Il 73% delle famiglie italiane ha fatto ricorso almeno una volta negli ultimi due anni a visite specialistiche o a esami diagnostici a pagamento (in intramoenia o presso studi privati). La motivazione principale (per il 75%) sono i tempi inaccettabili delle liste d’attesa. Il 31% delle famiglie ha invece dovuto rinunciare almeno una volta negli ultimi due anni a visite specialistiche, a esami diagnostici o a cicli di riabilitazione. In più, il 72% delle famiglie dichiara che oggi avrebbe difficoltà se dovesse affrontare spese mediche particolarmente impegnative dal punto di vista economico.

Integrare gli strumenti di welfare pubblici e privati. La via dell’integrazione è un’opportunità per soddisfare una domanda che la sola offerta pubblica non è più in grado di coprire. L’Italia resta una delle poche economie avanzate in cui la spesa sanitaria out of pocket intermediata, ovvero gestita attraverso assicurazioni integrative o strumenti simili, si ferma a una quota molto bassa: appena il 13,4% del totale della spesa sanitaria privata a fronte del 43% della Germania, del 65,8% della Francia, del 76,1% degli Stati Uniti. La presenza di operatori privati specializzati e qualificati sia nel campo delle prestazioni sanitarie che dell’assistenza, con servizi resi accessibili attraverso strumenti assicurativi integrativi, permette di fornire servizi più adeguati. Un esempio paradigmatico è quello dell’assistenza domestica tramite badanti a persone anziane o disabili, la cui domanda è decisamente in crescita. Non solo l’Italia è il Paese dell’area Ocse con la più elevata percentuale di familiari che prestano assistenza a persone anziane o disabili in modo continuativo (il 16,2% della popolazione: il doppio, ad esempio, della Svezia). Ma oggi le famiglie sono in gran parte costrette a reclutare le badanti autonomamente attraverso canali informali, le pagano di tasca propria, con forme diffuse di irregolarità lavorativa, senza garanzie sulla loro professionalità e affidabilità.

La «white economy», volano per la crescita e l’occupazione. Da una integrazione degli strumenti di welfare pubblici con il mercato sociale privato, puntando a valorizzare l’economia della salute, dell’assistenza e del benessere delle persone (la «white economy»), può scaturire una vera rivoluzione produttiva e occupazionale, utile a risollevare l’Italia dalla prolungata fase di stagnazione. Considerato nell’insieme, il sistema di offerta di servizi di diagnostica e cura, farmaci, ricerca in campo medico e farmacologico, tecnologie biomedicali, servizi di assistenza a malati, disabili, persone non autosufficienti genera oggi un valore della produzione di oltre 186 miliardi di euro, pari al 6% della produzione economica nazionale, con una occupazione di 2,7 milioni di addetti. Questa articolata filiera comprende le attività dei servizi sanitari (110,9 miliardi di euro di produzione e 1,2 milioni di occupati), i servizi di assistenza sociale (21,6 miliardi e 447mila addetti), l’industria farmaceutica (26,6 miliardi e 60mila addetti), la produzione di strumenti biomedicali, elettromedicali, di diagnostica e i relativi servizi (17,6 miliardi e 53mila addetti). Nel cluster va considerato anche il vasto segmento dell’assistenza personale, delle badanti e dell’accompagnamento, che genera 9,4 miliardi di valore con quasi 1 milione di addetti. Tuttavia, manca ancora una matura consapevolezza collettiva. Alla domanda su come si pensa di affrontare in futuro la vecchiaia ed eventuali malattie, il 52,5% degli italiani mostra un atteggiamento fatalista (non ci pensa o rinvia il problema), il 26% conta sui propri risparmi, il 25% si affida al welfare pubblico, l’8% all’aiuto dei familiari e solo il 4% ha stipulato polizze assicurative.

«Appare ormai maturo il tempo di una nuova integrazione tra pubblico e privato, capace non solo di garantire la tutela sanitaria e sociale delle persone, ma anche di favorire la crescita economica, a partire dai territori», ha detto Pierluigi Stefanini,Presidente del Gruppo Unipol. «Se sapremo superare i pregiudizi consolidati, il pilastro socio-sanitario, inteso non più solo come un costo, può divenire una solida filiera economico-produttiva da aggiungere alle grandi direttrici politiche per il rilancio della crescita nel nostro Paese», ha concluso Stefanini.

«Nei lunghi anni della recessione le famiglie italiane hanno supplito con le proprie risorse ai tagli del welfare pubblico», ha detto Giuseppe Roma, Direttore Generale del Censis. «Oggi questo peso inizia a diventare insostenibile. Per questo è necessario far evolvere il mercato informale e spontaneo dei servizi alla persona in una moderna organizzazione che garantisca prezzi più bassi e migliori prestazioni utilizzando al meglio le risorse disponibili», ha concluso Roma.

Questi sono i principali risultati del Rapporto «Integrare il welfare, sviluppare la white economy. Come gli strumenti di welfare pubblici e privati possono rilanciare la crescita economica e l’occupazione» realizzato nell’ambito del programma pluriennale «Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali» di Censis e Unipol, che sono stati presentati oggi a Roma da Giuseppe Roma, Direttore Generale del Censis, e discussi, tra gli altri, da Pierluigi Stefanini, Presidente del Gruppo Unipol, Marco Peronaci, Rappresentante permanente aggiunto d’Italia presso l’Unione europea, Patrizia Grieco, Presidente dell’Enel, Marco Gay, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Beatrice Lorenzin, Ministro della Salute, e Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali.

Basta la salute

Basta la salute

Tratto da http://goofynomics.blogspot.it/
dal Velo di Maya ricevo e volentieri pubblico:
La crisi che stiamo vivendo, le cui motivazioni e conseguenze sono assai accuratamente analizzate in questo blog, non solo comporta un duro impatto sulle condizioni socioeconomiche delle persone, ma ha anche gravi conseguenze sulle determinanti della salute della popolazione.
Non parleremo, qui, del drammatico aumento dei suicidi che si sta verificando nel nostro paese o in altri del sud Europa (che costituisce, peraltro, una tragica realtà). Piuttosto, vorremmo porre l’attenzione sulle conseguenze dei tagli indiscriminati messi in atto dagli ultimi governi sul Sistema Sanitario e su quelli, annunciati, ma ancora da venire, e sull’impatto determinato dall’immiserimento delle condizioni di vita sulla salute delle popolazioni.

Ritorno alla realtà

Ritorno alla realtà

Esattamente da dieci anni, lo Stato non ha fatto altro che operare tagli progressivi dei trasferimenti dal governo nazionale agli enti locali: prima col governo Berlusconi (2004), poi col governo Prodi (2006), poi ancora col governo Berlusconi (2011), poi col governo Monti (2012) e infine col governo Letta (2013). Tutto questo ha provocato un ridimensionamento di proporzioni immense per tutto ciò che concerne i servizi sociali amministrati dai territori e, in generale, per tutto l’esiguo e traballante impianto del welfare italiano. Non è possibile, in questa sede, elencare tutte le conseguenze che hanno colpito la vita concreta e quotidiana di milioni di persone. Basti citare, tanto per fare un esempio, come la spesa per la sanità sia stata tagliata di 25 miliardi nei soli ultimi tre anni, con conseguente aumento generalizzato dei ticket sanitari e con la riduzione di decine di migliaia di posti letto negli ospedali italiani. Si potrebbe poi continuare parlando dei tagli di 23 miliardi alla scuola pubblica previsti per il triennio 2015-2017 – ambito amministrato finora dai vari enti locali – ma direi che, a questo punto, il concetto che sto cercando di esprimere dovrebbe risultare chiaro.

Neoliberismo

Neoliberismo

Il settore pubblico è considerato, per sua stessa natura, “improduttivo”. I dipendenti pubblici sono, quasi per definizione, fannulloni che godono di garanzie eccessive, tutelati da organizzazioni sindacali “corporative”, dove la connotazione “corporativo” è ipso facto associata a un giudizio di valore di segno negativo, essendo la negazione della “meritocrazia”…

A fronte dell’opinione dominante, si può sostenere che la cura dimagrante imposta al settore pubblico non risponde a criteri di efficienza, né all’obiettivo di generare avanzi primari. Lo scopo primario è fornire quote di mercato al capitale privato in settori protetti dalla concorrenza: tipicamente formazione e sanità. Non essendo competitive sui mercati internazionali, e scontando una continua restrizione dei mercati di sbocco interni, le nostre imprese hanno necessità di riposizionarsi in mercati “nuovi”, che la politica si occupa di aprire mediante misure di snellimento del settore pubblico.

Ma pensa te!

Ma pensa te!

Non bastano due interpellanze ( a Vigarano e “financo” in provincia di Ferrara) venute a seguito dei nostri articoli, a far “schiodare” lo stallo sulla sanità a Bondeno; unica cenerentola del “cratere” che, dopo un anno, non ha ancora visto risolta la problematica inerente i servizi sanitari di base da erogare sul territorio ai cittadini di un comprensorio grande come una provincia del centro italia.

Lorenzo Guandalini