Dietro alla lavagna!

Ieri sera [domenica 5 giugno – n.d.c.] ho assistito ad uno spettacolo indecoroso e potente insieme. Massimo Giletti è stato strapazzato come un bambino delle elementari dalla sua maestra, che gli ha impartito una poderosa lezione di storia in diretta televisiva. Il grande scoop di Giletti doveva essere un’intervista in diretta con Maria Zakharova, la portavoce del ministro degli esteri [russo – n.d.c.] Lavrov. Per fare questa intervista Giletti è andato addirittura personalmente a Mosca, nonostante l’intervista si sia svolta via skype, con la Zakharova comodamente seduta a casa sua (avrei potuto farla io, identica, seduto a casa mia). Ma a parte la messinscena inutile, è nei contenuti che Giletti ci ha fatto la figura del merlo. Prima di intervistare la Zakharova, infatti, Giletti era in collegamento con Massimo Cacciari, e durante lo scambio Giletti ha accennato alle polemiche che hanno preceduto questa sua intervista, dicendo che però secondo lui “il giornalista ha tutto il diritto di intervistare chi vuole, purché ponga all’intervistato delle domande scomode, e non gli offra una semplice passerella per fare propaganda.” Ma dal dire al fare… Giletti non conosce il mare.
Non appena iniziata l’intervista, infatti, si è capito che tipo di interlocutrice avesse davanti. Una donna con le idee chiare, ferma e impassibile, che rimandava seccamente al mittente ogni singola accusa, con tanto di interessi. All’accusa di “aver illegittimamente invaso un Paese sovrano”, Zakharova ha risposto che “anche voi della NATO avete fatto la stessa cosa con l’Iraq”. All’accusa di “essersi allargati troppo intervenendo in Siria”, Zakharova ha risposto che loro erano intervenuti su legittima richiesta del capo di Stato, Assad. E ha inoltre aggiunto che “quando la Russia ha proposto alle Nazioni Unite di combattere tutti insieme le bande dell’ISIS, è stata l’Unione Europea a dire di no e mettersi di traverso”. All’accusa di aver operato una sanguinosa repressione in Cecenia, Zakharova ha risposto che è stato l’Occidente a sobillare quelle rivolte. Insomma, non se ne usciva: ad ogni servizio tagliato del dilettante Giletti, il master Djokovic rispondeva con un dritto vincente.
A quel punto Giletti ha cambiato strategia. Ha fatto un passo indietro, e ha tentato la carta dell’emozione: “Va bene, ok, tutti abbiamo fatto errori nel passato – ha ammesso – però adesso mettiamoci una pietra sopra, trattiamo e poniamo fine a questa guerra, perché la gente sta morendo”. E qui è arrivata la valanga di sberle sulla testa del nostro importuno scolaretto: “Così parlano i bambini – ha detto la Zakharova – Nel mondo degli adulti, la prima cosa che bisogna fare per capire le cose è guardare alla storia. Dove eravate voi Italiani, quando otto anni fa gli Americani hanno messo in atto un colpo di Stato a Kiev, installando al potere il governo fascista di Poroshenko? Dove eravate, quando per otto anni il governo di Kiev ha bombardato incessantemente i suoi concittadini del Donbass?”. “Ma soprattutto – ha ricordato la Zakharova – lei viene adesso a parlarmi di trattare e di metterci d’accordo. Ma sono otto anni che Putin chiede all’Occidente di mettersi d’accordo sulla questione della NATO e degli equilibri internazionali. Ma voi in Occidente avete fatto tutti finta di niente, e adesso cercate di dare la colpa a noi per quello che succede?”. “Infine – è stata la sberla finale della Zakharova – voi occidentali dovete smetterla una volta tutte con questa vostra aria di superiorità intellettuale, come se foste voi quelli che hanno il diritto di impartire lezioni morali a tutti gli altri”. Ci mancava soltanto un “vergogna Giletti, fila dietro alla lavagna” e la lezione sarebbe stata completata.
Povera Italia, rappresentata all’estero da personaggi inconsistenti e impreparati come Giletti. Povera Italia, incapace di crescere, incapace di diventare adulta, incapace di uscire dalla sua ottica provinciale, incapace di assumersi una volta per tutte le proprie responsabilità con il resto del mondo. Lasciando così mano libera a chi ci comanda, a chi ci controlla, a chi ci tratta serenamente come schiavi da oltre settant’anni.
Massimo Mazzucco

Enzo Tortora

Viviamo di anniversari, occasioni uniche per riannodare i brandelli di un’identità nazionale spesso sfilacciata e artefatta. Ed allora ben venga anche il ricordo  dei novant’anni dalla nascita di Enzo Tortora, personaggio di una stagione importante della Televisione italiana, convinto anticomunista, giornalista anticonformista ed insieme vittima di  un’inchiesta giudiziaria, che fece epoca.

Del suo anticonformismo è testimonianza un’intervista che, nel 1969, all’apice del successo televisivo, gli costò l’allontanamento dalla Rai, per avere definito  l’ente radiotelevisivo come “un jet colossale pilotato da un gruppo di boy scout che si divertono a giocare con i comandi”.

Del suo impegno anticomunista rimangono gli articoli, scritti, negli Anni Settanta,  su “La Nazione” ed  “Il Resto del Carlino”, in occasione del processo a “Lotta Continua”, durante il quale divenne amico del Commissario Luigi Calabresi, attaccato da larghi settori dell’intellettualità di sinistra e poi vittima del terrorismo rosso.

Emblematica la vicenda giudiziaria che  vide coinvolto Tortora , nel 1983, quando era alla direzione della trasmissione Portobello (dopo il suo rientro in Rai, nel 1976). Allora Tortora divenne il simbolo di una stagione di vittime della macchina giudiziaria, con l’arresto, il 17 giugno,  per traffico di stupefacenti e associazione di  stampo camorristico. Le accuse si basavano  sulle dichiarazioni dei pregiudicati Giovanni Pandico, Giovanni Melluso e Pasquale Barra, quest’ultimo legato a Raffaele Cutolo. Condannato, nel settembre 1985,a dieci anni di carcere, nel 1986 Tortora  fu assolto con formula piena dalla Corte d’appello di Napoli. Il suo caso, nel frattempo,  era diventato “politico”. Con i radicali in prima fila nella sua difesa   e certe anime belle dell’establishment di sinistra a  condannarlo, senza appello, prima  della sentenza. Camilla Cederna, paladina dei diritti civili e suffragetta della “stampa democratica” scriveva : “Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto”.

Per un doveroso omaggio alla sua  memoria,  a  Genova, sua città natale,  è stata ora  inaugurata presso  Palazzo Ducale la mostra “Enzo Tortora – la tv spezzata, ascesa e caduta di un uomo contro”,  costituita da una serie di installazioni, grandi proiezioni che si alternano su più paratie fotografie sospese in penombra come un piccolo dedalo.

Non è una storia cronologica ma il rimbombo delle sue provocazioni, delle cacciate dalla Rai, delle intuizioni di stile e fortissimo senso popolare del mezzo televisivo che, non a caso, lo avvicinano a grandi entertainer americani come Ed Sullivan, Johnny Carson, David Letterman, Jimmy Fallon, ben rappresentati – nella mostra – in una bandiera americana ricomposta con i loro volti e alcune delle loro battute memorabili. E poi la gabbia, con sullo sfondo, come graffiti su un muro, estratti delle lettere che Tortora scrisse, durante il carcere,  alla figlia Silvia, raccolte in un libro edito da Marsilio.

Il successo di Tortora  – in tempi di radicalizzazioni ideologiche – nasceva – come  scrive il curatore della mostra, Renato Tortarolo – dall’ “ essere popolare nel perimetro borghese di buone letture, maniere affabili, convinzioni severe su onestà, corruzione, rispetto per gli altri. E’ un paradosso, ma ha fatto più denunce, sfide e cambiamenti professionali nei primi trent’anni di carriera che nel tragico decennio successivo, dominato dal fenomeno “Portobello” e dalle infamanti accuse di essere affiliato alla camorra”.

L’immagine  del conduttore/creatore televisivo  ci riconsegna  il ricordo  di un borghese tutt’ altro che accomodante, esempio di stile, di rigore intellettuale e di coraggio,  un esempio molto raro, sia ieri che oggi.

http://www.barbadillo.it/79269-focus-tortora-elogio-dellanticonformismo-borghese/

Mi(ni)serie televisive

La destra non vuole la destra in Rai. Ed è storia di sempre. Forza Italia dice no a Marcello Foa, e al pensiero che esprime, per la presidenza di Viale Mazzini. Mostrificato nel giro di niente – è sovranista, critica il Presidente della Repubblica e anche l’Euro, signora mia – Foa è solo uno che emerge a prescindere dalle consorterie.

Ma Forza Italia dice appunto no dimenticando che Foa – un giornalista voluto a Il Giornale da Indro Montanelli – è in sintonia totale con il loro elettorato “de destra”. Una realtà perfino maggioritaria, quella “de destra” cui prima o poi dovrà corrispondere una voce, almeno una, nel pluralismo dell’informazione pubblica fino a oggi plurale solo per i terrazzari “de sinistra” ma Forza Italia dice no consumando così il suo ultimo colpo di coda.

Silvio Berlusconi a un certo punto chiede di portare alla presidenza del Cda Fabrizio Del Noce – il cui primo merito, lascia intendere, è quello di avere scoperto Elisa Isoardi – e sempre si torna al Patto del Nazareno: chi dice no a Foa sta dicendo sì al Pd. Tutto qua. I tre Moschettieri della destra in Rai – Gennaro Sangiuliano, Paolo Corsini, Nicola Rao – e il loro D’Artagnan esterno, Alessandro Giuli, hanno forse in Gianni Letta il bieco Cardinale che li contrasta?

Nel farsi beffe del sovrano smarrito, ovvero Silvio Berlusconi, Sua Eminenza Azzurrina mette la pietra tombale sulla destra in tivù per salvaguardare il comparaggio con Matteo Renzi. Ed è storia di sempre quella della destra che sbarra la strada alla destra in Rai. Buon ultima arriva Forza Italia, pur sempre emanazione di Mediaset – un’azienda concorrente, semanticamente ostile alla Rai – ma anche quel che fu Alleanza nazionale, e quel che resta di quell’eredità, asseconda un inciampo tutto di inadeguatezza rispetto al servizio pubblico. La Rai più imbarazzante fu quella della destra-destra in Viale Mazzini. Ebbe il culmine nell’edizione di un Festival di Sanremo patriottardo – nel Centocinquantesimo dall’Unità d’Italia – con Roberto Benigni a cavallo, diociperdoni avvolto nel tricolore. Ed ebbe a cominciare con gli imboscati e i raccomandati asserragliati in via della Scrofa, presso l’ufficio di Gianfranco Fini, e tutti col sentimento di gratitudine del giorno prima. Tanti e troppi sono i fallimenti della destra in Rai. Dal tentativo di Antonio Socci, nella notte dei tempi, al recente sfracello di Kronos, la trasmissione “de destra” su Rai2 di Annalisa Bruchi, prontamente commissariata da Giancarlo Loquenzi – tendenza Nazzareno – non c’è mai verso di avere in Italia una narrazione coerente col sentimento diffuso della maggioranza.

Le poche cose buone “de destra”, fortemente identitarie, le hanno fatto i socialisti come Giampaolo Sodano col Giovane Mussolini intepretato da Antonio Banderas; come Giovanni Minoli che sfidava l’interdetto culturale – ci furono anche interrogazioni parlamentari per reclamarne la cacciata dalla Rai – invitando Giorgio Almirante nel suo Mixer; come Agostino Saccà – nello sfidare il tabù – per realizzare la fiction che, per la prima volta, racconta le Foibe. E come Franco Matteucci che, insomma, dalla tolda della tivù per le famiglie fabbrica la star delle star nel firmamento nazionalpopolare. Sovranisti o meno, su Rai3, ci sarà sempre qualche epigono di Lotta Continua, ben pagato, anche senza ascolti, o qualche reduce di Telekabul (con ascolti, almeno); e su Rai1 e ovunque, e in ogni diramazione dell’azienda, peserà l’inettitudine profusa negli anni di An nella stanza dei bottoni quando, concentrati sulle marchette nel minutaggio dei notiziari, o ai favori alle fidanzate, si facevano passare sotto il naso la ciccia vera: gli appalti esterni, lo strapotere degli agenti e i convenevoli di non belligeranza tra la buona società dei post-veltroniani e dei berluscones, oggi cristallizzatesi nella invincibile rete di relazioni della Terrazza romana. Sveglia, dunque. Quel Patto del Nazareno che non riesce alle elezioni, domina incontrastato nel deep state dell’etere e – sovranisti o meno – incombe sempre il pensiero unico col Corriere della Sera che ieri, nella sua edizione online, pur di tirare la volata al Cav. faceva questo titolo: “Rai, Rossi al posto di Foa, un altro sovranista che difende la Totolo”. Giampaolo Rossi, insomma – membro del Cda Rai – al pari della già ostracizzata influencer anti Ong. Praticamente un pizzino. La storia di sempre.Tanti e troppi sono i colpi andati a vuoto. Lo stesso Nicola Porro, un numero uno, ebbe a essere epurato dai renziani ma chissà perché, i berlusconiani – titolati a difendere quello spazio – proprio quella volta ebbero a distrarsi consentendo così di spegnere una voce, almeno una, di controcanto al raglio conformista. La tivù è l’unico spazio di rivincita dell’egemonia culturale “de sinistra”. Prova ne sia che il ventennio berlusconiano non ha prodotto uno in Rai – che sia uno – di protagonista, da destra, in grado di fronteggiare lo story-telling degli altri.

*Da Il Fatto Quotidiano

http://www.barbadillo.it/76336-il-caso-di-p-buttafuoco-siamo-alle-solite-la-destra-che-non-vuole-la-destra-in-rai/